VISITATORI

venerdì 10 maggio 2013

KIKI - CONSEGNE A DOMICILIO di Hayao Miyazaki


Kiki è una piccola strega di tredici anni. A casa mamma armeggia con gli alambicchi   mentre si avvicina il momento in cui sua figlia dovrà partire per l’ apprendistato da strega.
Così, in una notte di luna piena, la piccola salterà in groppa ad una scopa in compagnia di Jiji, il suo gatto nero parlante, alla volta di una grande città – da dove possibilmente sia visibile anche il mare – per imparare a cavarsela da sola.
Scompare nel buio della notte rimbalzando maldestramente tra gli alberi del bosco e vola via incontro all’avventura della vita!
Ogni film di Hayao Miyazaki è come un “ritorno a casa”. Da sempre il grande maestro giapponese intesse la stessa grande tela, spesso ricamandola con grandi intuizioni magiche , fantasiose e visive, altre volte (ed è questo il caso) seguendo binari più semplici e lineari – ma niente affatto minori –  eppure sempre riuscendo ad esser prodigo di toccanti momenti di infantile tenerezza ed elargendo piccole perle di elementare saggezza.
Anche in  “Kiki – consegne a domicilio” troviamo gli usuali rimandi al rispetto delle regole della natura ed alla imprescindibilità di una concordanza tra cose, persone ed animali perché la vita possa degnamente dispiegare il suo respiro armonioso.
Kiki troverà la sua strada verso la felicità e l’emancipazione anche grazie all’incontro con tante belle persone che le offriranno la loro spontanea amicizia ed un aiuto disinteressato: la fornaia ed il suo negozio del pane la accoglieranno dandole un lavoro e lo slancio necessario ad incamminarsi verso l’età adulta, la pittrice nel bosco sarà un fondamentale sostegno di amicizia al momento opportuno.
La piccola strega saprà mettere a frutto il suo talento – quello di volare veloce sui tetti della città a cavalcioni della sua scopa – per svolgere un mestiere, procacciarsi una fonte di guadagno ed ottenere una completa realizzazione.
Due vecchine, come amorose nonne, la faranno sentire ancora in famiglia, circondata per qualche ora di attenzioni ed affetto  che lei ricambierà mettendo a disposizione i vecchi insegnamenti della mamma, rivalutando e facendo funzionare ad esempio  il vecchio forno a legna quando quello piu’ moderno ad elettricità  non vuol saperne di cucinare il pasticcio di aringhe e zucca.
Sono entrambi particolari questi che omaggiano l’antico contro la modernità che erode l’animo romantico dell’uomo, così come il sottolineare che al lavoro offerto debba esser sempre corrisposto un compenso – una delle sue anziane signore non vuol sentir ragioni sull’argomento – è un modo per ristabilire ordine in una scala dei valori che va sempre piu’ sbiadendo.
Il caos della città con le sue rumorose automobili è un altro non certo casuale elemento nella narrazione visiva della storia.
Kiki imparerà velocemente a dominare il suo animo ancora scontroso e che non sa bene decifrare quando aprirsi e concedersi a quelli che la avvicinano per darle sostegno. Nel momento decisivo comprenderà che la magia non è necessaria per esser radiosi e felici ma occorre ben altro ed anzi scoprirà che il suo potere puo’ addirittura abbandonarla se non è accompagnato dalla giusta ispirazione d’animo.
Ma proprio nel momento in cui non riuscirà più a librarsi in cielo ecco che imparerà a volare per davvero sopra i suoi problemi ed a esser finalmente d’aiuto a coloro che le hanno spontaneamente offerto solidarietà ed amicizia.
La pellicola di Miyazaki ci ricorda che la strada verso l’età adulta è cosparsa di non pochi “miracoli” e che l’elemento del sogno (il volo, ad esempio) e della tenerezza sono spesso i principali vettori che ci consentono di progredire e spingerci verso l’alto, fosse anche solo con il bizarro aiuto di uno spazzolone preso dalla mani di un passante della strada  che, con sincero trasporto e candido stupore, ce lo ha appena passato dalle sue mani.

giovedì 9 maggio 2013

EFFETTI COLLATERALI di Steven Soderbergh


“L'ultimo” film di Steven Soderbergh - dopo il quale il regista, con nostro grande rammarico,  avrebbe annunciato la sua volontà di smettere – pone inizialmente al centro dell'attenzione il  disinvolto uso di farmaci antidepressivi nella società Americana ed in parallelo si propone come un generico atto d'accusa nei confronti dell'industria del settore che, senza troppi scrupoli, si arricchisce lucrando sulla salute della gente.
Nella seconda parte la pellicola diviene invece uno psico-thriller dalle tinte noir, molto accattivante e ben congegnato anche se non certamente  nuovo nel suo schema.
Emily (Rooney Mara) è la protagonista principale e la gran mattatrice:  travolta da una inguaribile disperazione ed apparentemente incapace di camminare verso il suo futuro, senza resistenza si lascia sottoporre a massicce cure a base di  pasticche per combattere il sonnambulismo combinate con abbondanti dosi di beta-bloccanti.
Arriverà presto a farne addirittura lei stessa richiesta dopo essersi imbattuta nella suadente pubblicità di un nuovo prodotto appena immesso sul mercato, l' “Ablixa” - un nome questo di pura fantasia mentre altri come lo “Zoloft” o lo “Xanax” sono reali – e che il suo medico, il dottor Jonathan Banks (Jude Law), non avrà alcun problema a prescriverle.
D'altro canto, dice Banks, “li prendono proprio tutti: avvocati, musicisti, molte persone prima di un colloquio importante”, mentre allunga una compressa persino a sua moglie che lo sta ascoltando.
Ma per Emily gli “Effetti collaterali” delle cure saranno davvero molto spiacevoli e pericolosi. Scopriremo  però più avanti che le cose non erano esattamente come sembravano essere, nel  momento in cui il racconto mostrerà molte delle sue carte coperte, cambiando  decisamente registro e, conseguentemente, la sua destinazione finale.
Per dire addio alla settima arte Soderbergh mette a punto - con la collaborazione dello sceneggiatore Scott Z.Burns, già suo collaboratore in “Contagion” e “The informant” - “una storia buona per  palati differenti”, quali spesso il suo cinema è stato capace di coniugare.
A sorreggere le sue ambizioni - sospese tra informazione, pura estetica cinematografica e divertimento – c’è ancora una volta  Channing Tatum (come in “Magic Mike) nel ruolo di Martin, il  marito di Emily,  un uomo condannato a quattro anni di prigione per insider trading e che, introducendo il tema, permette ai dialoghi di divagare verso una fugace allusione sui misteriosi crolli di valore - ed i successivi acquisti in borsa - relativi alle azioni delle compagnie aeree nei giorni vicini agli attentati terroristici dell' 11 settembre 2001.
Altra protagonista - stavolta  femminile - è la dottoressa Victoria Siebert (Catherine Zeta-Jones), uno squalo che nuota disinvolto nella vasca dei pesci rossi e non pare farsi troppi problemi con le vite degli altri: certo non è  l'unica nel panorama generale di società qui proposto, a dirla tutta niente affatto confortante.
I farmaci sedano la sofferenza ed agendo sulla serotonina possono evitare di farci sapere quanto siamo infelici; i  grandi interessi economici invece sembrano poter addormentare le coscienze o quantomeno tranquillizzarne un numero elevato depistandole con l’insufficiente o la falsa informazione e, quando necessario,  con il denaro.
Particolarmente acuto ed interessante un breve passaggio del film dove viene evidenziata una basilare differenza e sarebbe a dire quella che sottolinea come  in Europa gli antidepressivi vengano somministrati solamente ai malati mentre in America questi possano tranquillamente esser prescritti anche a chi desidera semplicemente “stare meglio”.
In “Effetti Collaterali” - film apparentemente più ordinario di quel che è realmente - verità e finzione si sovrappongono e si rincorrono continuamente ed in fondo anche Soderbergh fa il suo “doppio gioco”, prima denunciando in maniera esplicita o sibillina alcune gravi devianze, patologie e crimini presenti nella società in cui vive e poi allontanandosi da questi temi alla volta di tutto un altro tipo di finale per la sua pellicola, la qual cosa però non implica affatto che lo spettatore dimentichi quanto ha appena osservato ed ascoltato in precedenza.

MUFFA di Ali Aydin


Negli anni novanta, durante il conflitto Turco-Kurdo, molti giovani oppositori del governo di destra scomparvero misteriosamente.
A partire dal 28 maggio 1995, le madri di questi “kayip” (scomparsi) cominciarono a riunirsi in piazza ad Istambul.
Per molti anni da quella data – all'incirca quattro - tutti i sabati si ritrovarono assieme per manifestare il loro dolore e cercare di attirare l'attenzione dell'opinione pubblica sulla scomparsa dei loro cari e sulla colpevole sordità delle istituzioni. Nel 2009 sono tornate a riunirsi ed ancora lo faranno.
Di questi “ennesimi desaparecidos” - dei quali molte persone nel  mondo nemmeno sospettano l'esistenza -  vuole oggi parlarci il giovane regista  turco Ali Aydin (classe 1981) con il suo film “Küf  - Muffa”, presentato alla 27^ Settimana della Critica e vincitore del premio “Opera Prima” all'ultima Mostra del Cinema di Venezia.
La sua pellicola  non rievoca gli avvenimenti nè assembla materiale di informazione o di repertorio: dei fatti salienti si accenna in  poche righe scritte e giusto in apertura. Molto più semplicemente “Küf” si concentra sul suo protagonista Basri (Ercan Kesal), un impiegato delle ferrovie addetto al controllo dei binari, che da diciotto anni scrive petizioni al governo per avere notizie del figlio Seyfi, misteriosamente scomparso, ricevendo in cambio derisorie risposte e sevizie clandestine.
Basri è anche vedovo e la sua vita è oramai ridotta ad un cammino solitario tra le macerie del presente irrimediabilmente contaminato dagli inestinguibili ricordi  del passato che, in assenza di definitive certezze, non riescono a trovare quiete e per i quali lui cerca a tutti i costi un ragionevole riposo con ostinata tenerezza.
Nella casa dove vive da solo l'unica voce che gli tiene compagnia è quella della vecchia radio lasciatagli proprio dal figlio e dalla quale arrivano – rivolti soprattutto a noi spettatori - echi frammentati che rilasciano indizi sulla Turchia d'oggi ancora ostaggio dei pesanti e poco onorevoli fardelli della sua storia recente e per questo motivo  incapace di accorciare la distanza che la separa da un  futuro comune con l'Europa.
Nel film di Aydin vediamo muoversi intorno a Basri – e non sembra essere un caso -  una società ostile e piuttosto arida,  tutta declinata al maschile e dove le figure  ambigue e profittatrici sembrano essere le uniche ad occupare la scena.
“Küf” è un pedinamento doloroso e devastante lungo i binari dell'esistenza del suo protagonista, un percorso che appare senza una vera via d'uscita e che è tenuto vivo soltanto da una speranza sterile e testarda, destinata  presto o tardi a dover fare i conti con un tragico epilogo, ma che risulta esser l'unica guida possibile in una vita decapitata da un avvenimento brutale  quale è la repentina scomparsa di un figlio, senza alcuna spiegazione.
Aydin utilizza le armi della rarefazione del tempo e di gesti ed immagini compassate per rendere ancora più spossante e penoso il nostro approccio a questo tipo di realtà, immergendoci in un dramma dimenticato e lontano, avvicinandoci alla conoscenza di ferite profonde e  mai rimarginate che questa pellicola spera forse di riportare all'attenzione della distratta coscienza collettiva.
Inquadrature fisse e dialoghi secchi come quelli dove Basri si ritrova faccia a faccia con il Commissario (Muhammet Uzuner) ne sono un esempio.
Manca forse qualche lampo accecante, una qualche immagine o una gemma preziosa che ci venga offerta da qualcuno degli attori protagonisti –  peraltro tutti molto bravi – e che possa rendere indimenticabile questo racconto  e la sua ineludibile tristezza.
Comunque, nella sua angosciante linearità, “Küf” risulta  impeccabilmente pulito, simbolicamente doloroso e bello.

giovedì 18 aprile 2013

UN GIORNO DEVI ANDARE di Giorgio Diritti


Dopo la morte del padre e lasciatasi alle spalle un matrimonio finito Augusta (Jasmine Trinca), una ragazza di trent'anni,  abbandona l'Italia e naviga il Rio Negro assieme e Franca (Pia Engleberth), una suora che dal santuario di San Romedio (Trentino) si è spinta  fino al Sud America per evangelizzare gli Indios.
Augusta però è in cerca di un senso per la sua vita che trascenda la religiosità e forse ha bisogno di trovar prima se stessa per poter poi sentire Dio bussare alla sua porta, così lascerà la sua compagna di viaggio per trasferirsi a Manaus tra gli uomini, le donne ed i bambini che vivono nella comunità della favela.
“Un giorno devi andare” - il nuovo film di Giorgio Diritti – ha un “abbraccio ampio”,  che va dal pensiero laico a quello religioso: guarda alla violenta grandezza della natura quanto alla sua inarrivabile bellezza, congiungendone il respiro con quello delle storie distanti che affollano il mondo e talvolta si sfiorano soltanto - o sono “connesse” senza neppure saperlo - mentre altre volte finiscono per incontrarsi.
Quella di Augusta è raccontata attraverso  una alternanza continua tra Manaus e l'Italia,   dove vive la madre della ragazza.
Così  facendo affiora visibilmente il loro rapporto sofferto che sta cercando ancora di rispondere alle travolgenti interrogazioni del dolore – la scomparsa per l'una del padre e  del marito per l’altra, oltre alla reciproca lontananza -  ed anche la necessità per gli esseri umani – in alcuni casi inderogabile - di non rimanere obbligatoriamente ancorati al vincolo degli affetti quando ad altro chiamati per ritrovare lo slancio perduto: perché la vita deve fluire ed il cordone ombelicale, quando è il momento, deve esser tagliato, persino quello con Dio se non sentiamo più “la sua voce”.
La protagonista del film di Diritti  avverte forte il bisogno di “dover andare, di dover essere e di dover sperare”, fino a spostare l’epicentro della sua vita in un posto certo non adatto ad una donna ma dove anche il solo fugace incontro con gli occhi di una piccola bambina che “bruca” chicchi di riso dal tavolo potrebbe avere il potere di “adescarla nuovamente alla vita”.
Piu' che di risposte, per replicare all'abitudine che appiattisce il quotidiano, la vita ha urgenza della tensione delle domande e questo il regista Bolognese sembra saperlo fin dall'inizio della sua carriera, non tradendo certo in questa occasione le sue convinzioni.
Aiutato da una Jasmine Trinca bravissima e finalmente matura, soprattutto dai suoi tanti volti muti ma decisamente espressivi,  perduti tra continui tormenti e sporadiche estasi,  “Un giorno devi andare” procede  componendosi in  una elegia cinematografica dove però né l'angoscia, né la malinconia riescono mai a prender  il sopravvento.
Molto più di Malick e del suo “Albero della vita”, Diritti riesce a cantare l'armonia e la sofferenza del mondo, interrogandosi sui dubbi che mettono a repentaglio il senso stesso della vita ed unendo questi alla maestosità della natura, certo adottando uno stile piu' “docilmente” narrativo e meno pretenzioso di quello del regista americano ma raggiungendo di contro una maggiore compiutezza  e, pur partendo da una storia comune, estendendo il valore dei suoi contenuti verso una ampiezza di tipo universale.
Lungo il cammino di questa storia echeggiano “voci indefinite, sospiri e richiami della vita”, accenni importanti sul sentimento ferito di una comunità di persone minacciata dai soliti interessi economici o dalle disattente politiche di governo. Poco lontano dalla favela, appena oltre il confine del campo da calcio circondato dalle palafitte piantate sul fiume, svettano i grattacieli che  sembrano osservare muti e possiamo provare ad immaginare le persone che li abitano: certo ci somiglieranno un po'!
Ad Augusta bastano un paio di piatti da orchestra ed un corteo spontaneo in strada per formare una banda musicale gioiosa e metter da parte il dolore; il tempo di una corsa sulla spiaggia con un bambino a far riaffiorare il sorriso sulle labbra assieme alla giocosità misteriosa ed intermittente della vita.
In un film molto bello, che offre spazio ed accoglienza a significati non necessariamente ancorati ad una confessione religiosa - ma semmai profondamente insiti nella natura stessa dell'essere umano - la preghiera piu' bella è del tutto laica e la troviamo  quasi alla fine della storia, relegata nel silenzio della veglia in un ospedale.   
Persa tra gli alberi e sotto nuvole enormi, la vita di Augusta – come quella di ognuno di noi -   è come una piccola barca che naviga il fiume ed a tratti potrebbe ritrovarsi arenata tra le secche: da qualche parte però presto pioverà ed alzandosi l'acqua farà tornare a scorrere i giorni verso un orizzonte indecifrabile ma sempre incredibilmente vivo.

mercoledì 3 aprile 2013

SU RE di Giovanni Columbu


Una terra spettrale, avvolta da un inferno di nuvole e cime tempestose. Voci indistinte affiorano confusamente e parlano di una “sentenza falsa”. Cristo è già rivolto in terra e Maria lo piange: Dio ha voluto così!
Questo il breve prologo del bellissimo film di Giovanni Columbu “Su Re”, ultima rivisitazione cinematografica “intorno alla passione di Cristo”, con dialoghi in dialetto e girato in una Sardegna aspra e rocciosa che potrebbe esser ovunque, utilizzando attori non professionisti fra cui anche alcuni degenti di un Centro di Salute Mentale.
Tutto è duro come la pietra in questa pellicola dove i Vangeli sono decostruiti (e “ricostituiti”) visivamente e cronologicamente; Il Cristo interpretato da Fiorenzo Mattu è lontano da ogni precedente iconografia: sempre sofferente, ad ogni momento ansimante di paura, ad ogni sguardo sperduto e titubante.
“Su Re” nel suo procedere quasi onirico – molto più vicino all'incubo che al sogno – ripropone i quadri di una storia eterna, che non ha alcun bisogno di restare ancorata ai suoi luoghi d'origine per mantenere una forte efficacia comunicativa, tanto questa è iscritta nella nostra comune formazione culturale, sia essa religiosa o laica.
Dalla crocifissione, procedendo pressappoco a ritroso, ecco l'ascesa al Golgota, il tradimento nell'orto dei Getsemani, l'ultima cena davanti al crepitio della legna che arde.
La dimensione arcaica della Sardegna accoglie immagini senza tempo che in uno scenario costellato da un mare di pietra grigia si rinvigoriscono di una ulteriore forza rivelatrice; fatti che – ingenuamente - credevamo non avessero più nulla di nuovo da raccontarci tornano ad interrogarci vestiti di nuova pena e passione.
Tra le tante intuizioni dell’eccellente lavoro di Columbu una delle migliori è quella di spostare il piano dell'attenzione dal Cristo sulle tante figure che lo “accerchiano”: “Su Re” è una carrellata innumerevole di volti impassibili, crudeli o dall'immobile pietà, di primi piani su uomini imbelli, feroci o sperduti, che vomitano cattiveria e tracotante sicumera, poi sibilano parole come rasoiate: “dobbiamo avvelenarlo”, “legarlo mani e piedi e buttarlo in un pozzo”, “scannarlo, perchè è pericoloso”; dispregiandolo chiamano Gesù persino “cane da mondezzaio”.
“Su Re” è un film “scintillante e tetro”, uno specchio doloroso nel quale osservare la nostra disumanità: tra rumori di fronda e di uccelli si agitano al vento i veli sul capo delle donne  e le barbe bianche di uomini infami e meschini che non hanno nessuna pietà dei singhiozzi e della sofferenza altrui ed a queste rispondono anzi con il suono secco della frusta che graffia la pelle o del martello che batte i chiodi affondandoli nella carne: in fondo non vedono l'ora di veder soccombere chi aveva provato a dirsi migliore di loro e poco importa se davvero era il figlio di Dio!
Mentre “il profeta” attende il suo calvario ecco il comandamento nuovo: “amatevi gli uni con gli altri”; per alcuni  solo l’ennesima frase pronunciata da un imbonitore venuto a crear  confusione e che merita niente altro che la morte.
Nel film di Columbu la luce è una grazia che non arriva mai e quando lo fa il bianco illumina solo il desolante scenario di Cristo che sale con la sua croce verso la cima del Golgota: a breve arriveranno rumori di tuoni lontani a mettere a nudo tutto l'egoismo degli uomini assieme alla sua brutalità animalesca ed a porre  l’ennesimo sigillo su  questa storia altamente simbolica, che trascende il suo significato meramente religioso al punto da poterla considerare persino in una sua prospettiva del tutto aconfessionale.
Seguendo solamente linee semplici ed elementari e regalandogli nuova “intima maestosità” con la forza astrattiva del dialetto come con i suoi tanti volti duri  e penetranti - una iconografia nuova buona per ogni millennio a venire -  “Su Re” dedica gli ultimi fotogrammi a Giuseppe d'Arimatea che chiede degna sepoltura “per un amico” e  - mentre salgono le note del “Nunc Dimittis” di Arvo Pärt  - nei secondi finali della pellicola l’obiettivo coglie gli occhi di tre bambini che si voltano a guardarci: probabilmente nemmeno la speranza è assente in questo capolavoro Italiano, povero di mezzi e straripante di forza espressiva.

NADEA E SVETA di Maura Delpero


Maura Delpero è una regista ed anche una insegnante.
Anni addietro ha fondato una scuola rivolta alle donne dell’Est che lavorano in Italia come badanti e collaboratrici domestiche, per aiutarle ad  imparare la lingua Italiana.
Un giorno, osservando il “paesaggio umano” delle tantissime di loro intente a mangiare (parlare e telefonare)  riunite in un parco di Bologna – la città dove la Delpero vive – rimane affascinata da questa immagine che lei stessa definisce “di una forza rivelatrice” e che quel giorno le “ha fatto vedere il film”.
Comincerà a frequentare le loro chiese, le loro balere e ad entrare in confidenza con alcune di queste, che si apriranno con lei raccontandole le loro storie.
Nasce in questo contesto “Nadea e Sveta” (premio “Cipputi” al Festival di Torino 2012), storia di due amiche Moldave che vivono in Italia, paradigmatica di molte altre simile alla loro.
Nadea è la più grande delle due e lavora con una signora anziana: ma forse non ne ha più voglia e presto tornerà al suo paese. Anche Sveta - che ha appena ricevuto i documenti che la mettono in regola - ha nostalgia di casa dove ha lasciato la sua piccola figlia Eloiza Clementina con la nonna: ora puo’ tornare a trovarla.
Il ritorno a casa e l’incontro sono realmente seguiti e filmati dalla Delpero che per tre anni circa (dal 2009 al 2012) ha lavorato al suo progetto cinematografico che “aveva bisogno di tempo perché c’erano cose da attendere, che dovevano succedere e che bisognava aspettare”.
L’occhio della camera riprende questa relazione che ritrova il suo tempo quotidiano da vivere nuovamente assieme ma fatica a riprendere il passo dell’ abitudine, che la lontananza ha disallineato.
Le tensioni a tavola all’ora di cena sono esemplari di questo stato delle cose: la figlia si deve riabituare alla mamma e Sveta si deve riabituare persino alla Moldavia che ora le sembra diversa e non le suscita più la stessa nostalgia di prima.
La Delpero sceglie di render testimonianza con discrezione e grandissima aderenza alla realtà ed anzi facendo di questa cinema nel momento stesso in cui la vita scorre davanti ai suoi occhi.
Niente scene madri: nessuna ripresa di arrivi o ritorni all’aeroporto piuttosto l’inquadratura di una valigia rossa ed a seguire il rumore lontano e sibilante di un aereo che uniti assieme trasmettono una idea di migrazioni e partenze; il pulmann, con la sua musica, i pacchi di cartone imballati con lo scotch marrone  e l’obbiettivo che segue le curve tortuose della lunga strada verso casa (è il ritorno di Nadea)  danno invece molto forte l’idea  di viaggio e di distanza.
“Nadea e Sveta” è una pellicola costruita probabilmente grazie alle “folgorazioni” conseguenti alle piccole e preziose porzioni di passato vissuto comunemente assieme  (la Delpero ancora oggi frequenta ad esempio Sveta e la sua bambina) ma non è solo mero documento: ci sono una sensibilità non comune ed una lucidità organizzativa nel raccontare unite ad una spiccata capacità registica che riesce a fare, ad esempio,  delle tante finestre di un palazzo o dei dettagli di una balera veicoli fondamentali della narrazione, che elevano  il racconto di due storie comuni al rango di cinema nel suo senso più pieno.
Così vicende perdute e distrattamente accantonate tornano in primo piano a destare il nostro più vivo interesse, con il corollario inscindibile delle vicissitudini di chi deve scegliere se restare altrove o tornare indietro,  magari da quegli affetti rimasti come “sospesi” per anni ad attendere una nuova occasione per  potersi ricongiungere – finalmente -  ad una vita dalla quale erano stati bruscamente allontanati.   

martedì 2 aprile 2013

LA SCELTA DI BARBARA di Christian Petzold


Dopo aver richiesto  un visto per l’espatrio dal proprio paese Barbara (Nina Hoss), una giovane dottoressa, viene trasferita da un importante ospedale di Berlino ad una clinica di campagna di Dorgau.
Nel contempo diviene oggetto di continue attenzioni da parte della polizia politica del regime che la tormenta continuamente con le sue “visite inaspettate”, rovistando in maniera certosina tra le mura dell’appartamento che le è stato assegnato ed umiliandola persino con ispezioni corporali.
Siamo negli anni ’80, nella “D.D.R.” dove operava la “Stasi” e solo immaginare di esser liberi era  un difficile esercizio per i pochi che avessero osato cimentarvisi.
Christian Petzold - regista navigato ma senza una distribuzione nel nostro paese -  affida alla sua musa Nina Hoss il ruolo della protagonista e soprattutto grazie a lei costruisce una pellicola dai toni acuminati non priva però di risvolti romantici e dalla grande umanità;  atmosfere plumbee nonostante una fotografia dai colori accesi.  
Una volta spedita nel suo esilio forzato, Barbara continuerà a pianificare la sua fuga dalla Germania dell’Est grazie al fidanzato che lavora al di la del muro; nel mentre - nonostante la sua rigorosa riservatezza ed i tanti timori dettati dal sospetto - lascerà nascere una timida amicizia con il collega medico Andrè (Ronald Zehrfeld) e si imbatterà in Stella (Jasna Fritzi Bauer), una ragazzina indomita e ribelle -  fuggita dal riformatorio per i minori -  che aprirà una breccia nel suo cuore.
L’epilogo non sarà affatto scontato ed anzi rimescolerà  le carte, non assecondando le logiche aspettative e gli stereotipi classici dei racconti di questo genere.
Nella pellicola di Petzold c’è molto rigore nel descrivere apprensioni e cautele così come  le situazioni asfissianti  ed i sentimenti che - pur desiderandolo - stentano ad affiorare;  una certa rarefazione del tempo recitativo aggiunta ad una patina di freddezza stilistica  li argina in misura ancora maggiore,  fattori questi che contribuiscono anche a render  più chiara  l’atmosfera opprimente del regime e, per contrasto, daranno maggior  nitidezza poi a quanto  di palpitante emergerà nel finale.
Anime e corpi indocili cercano comprensibilissime vie di fuga ma finiranno  per  acquietarsi dove non sembrava potessero trovare  riposo: perché per Barbara  - e non solo lei -  le “vite degli altri” contano eccome e detteranno una svolta alla sua esistenza.
Sulla parete dell’ospedale c’è una riproduzione di Rembrandt e della sua allegorica “Lezione di anatomia del dottor Tulp”: ma il quadro originale è lontano e la libertà altrettanto, al punto che la si puo’ annusare al massimo odorando i vestiti che provengono dall’ovest.
Insalubre la vita quotidiana: ad ogni scoppiettare di motore sotto la finestra di casa l’angoscia sale immediata e la diffidenza nell’aria è talmente densa che la si potrebbe toccare.
Delazione, repressione, devastazione delle relazioni e della fiducia negli altri: questi solo alcuni dei lasciti disastrosi dopo il tramonto (ed il tradimento) del sogno comunista. Eppure anche in un inferno di privazione e controllo serrato si puo’ provare a vivere la propria condizione con grande dignità fino a realizzare il senso dell’esistenza.
Il film di Petzold sottolinea proprio quanto siano infinite le risorse dell’essere umano ed insopprimibile la sua meravigliosa natura quando - nonostante il concatenarsi delle negatività – riesca a far sgorgare le sue emozioni da ogni piccolo pertugio possibile dando comunque corso alla vita, malgrado la forzata convivenza con il dolore e la rinuncia e tuttavia riuscendo ad infliggere un invisibile  scacco matto a coloro che credevano di averlo ridotto alla resa.

mercoledì 27 marzo 2013

I CROODS di Chris Sanders e Kirk DeMicco


I Croods sono una famiglia di cavernicoli.
Fuori dalla loro grotta c'è un mondo difficile ed ostile al quale i loro vicini di casa non sono sopravvissuti: chi è finito schiacciato da un mammuth, chi ingoiato da un serpente o stecchito dal freddo.
Nutrirsi è un serio problema da affrontare ogni giorno: procacciarsi un uovo (gigante) per pranzo  non è certo facile come entrare in un bar e chiedere un tramezzino, anzi l'operazione “di gruppo” è parecchio complicata ed assomiglia ad un forsennato incontro di Football Americano.
Papà Grug è iperprotettivo e spaventato dal mondo esterno. Quel che insegna ai suoi cari è che per sopravvivere non bisogna mai smettere di avere paura mentre addita la curiosità come un nemico da evitare: mai abbandonare la caverna per andare incontro a pericoli sconosciuti!
Sua figlia Eep però ha un caratterino piuttosto ribelle e non sempre obbedisce, così una sera, uscendo di nascosto dal rifugio/caverna, incontrerà Guy, un suo coetaneo che custodisce con se un “sole bambino”: il fuoco!
Il nuovo film della DreamWorks - ad opera di Chris Sanders e Kirk DeMicco  - è fatto dei soliti ingredienti che contrassegnano da sempre i suoi lavori: fantasia, divertimento ed un pizzico di morale e sentimentalismo.
La storia è ambientata in un passato lontanissimo dove la terra sta finendo preda di un “collasso” che ne rimodellerà l'aspetto e partorirà nuove forme di vita e colori: l'uomo della pietra è dunque chiamato a reinventarsi “uomo nuovo”.
Il domani che avanza inarrestabile e spazza via l'esistente renderà inutili le vecchie regole per sopravvivere ma nel contempo offrirà l'occasione per provare a vivere una vita migliore: per farlo però serviranno non piu' solo prudenza e muscoli ma anche idee e capacità di osare. 
La metafora è semplice ed “I Croods”, divertendoci, suggeriscono quale sia lo stato d'animo ed il piglio giusto per affrontare l'ignoto e provare a raggiungere il domani, specie  quando non è più possibile continuare a nascondersi tirando a campare; nel mentre ci allieteranno con alcune gag e qualche spassosa trovata:  un esempio la scoperta delle calzature per i cavernicoli  e per la precisione delle “scarpe” (…!...) da parte di Eep, che urlerà tutta la sua gioia in preda ad un “femminile” stato di adorazione.
E’ chiaro che “senza rischiare non si vola” ma impareremo anche che per andare oltre l'abisso – proprio quello che si aprirà  davanti ai piedi dei nostri protagonisti mentre dalla terra fuoriescono fumi e lava – serviranno non solo intelligenza ma pure forza, coraggio, nobiltà d'animo ed altruismo che possa stupire e riscaldare i cuori.
Sarà l'unione a fare  davvero la forza e tutti assieme i nostri protagonisti riusciranno ad “inseguire la luce” fino a… raggiungere il sole!
Papa Grug per lungo tempo e molto amorevolmente -  senza guardare ad altro futuro che non fosse quello del giorno dopo –  aveva protetto la sua famiglia mettendola al riparo dai rischi, ma negandogli in tal modo di scorgere l’orizzonte immenso del mondo, la meraviglia del cielo stellato e di tutto il creato.
Invece “una volta usciti  allo scoperto si puo’ scoprire il mondo!” Certo le insidie sono dietro ogni angolo: ecco già di fronte a noi la minacciosa voragine di un burrone, avvicinandosi al quale potrebbe però accadere – anziché precipitare – di prendere “magicamente”  il volo per andare incontro al domani.

martedì 26 marzo 2013

GLI AMANTI PASSEGGERI di Pedro Almodovar


Salite a bordo, allacciate le cinture, pronti: via! L’aereo di una delle compagnie più strambe che possiate immaginare (la “Peninsula”) è in volo.
La “Business Class” è affollata di gente bizzarra, a cominciare dai tre steward tuttofare (Javier Càmara, Carlos Areces e Raùl Arèvalo), “dall’omosessualità esuberante” e piuttosto inclini ad “alzare il gomito” con l’alcool: uno non puo’ fare a meno di dire la verità per via di un “vecchio trauma di volo”, un altro cerca perdono per le sue colpe e gira con la sua “valigetta ventiquattr’ore con corredo interno da preghiera” mentre l’ultimo è un tipo sexy e sbarazzino, probabilmente sempre pronto a spassarsela oppure a fare il filo a chiunque (ed occhio alle tracce peccaminose sulle sue labbra!).
In cabina di comando  le cose non stanno poi molto diversamente: uno dei due piloti  (Alex Acero/Antonio de la Torre) è sposato ma è pure bisessuale ed ha, guarda caso,  una storia con Joserra/Càmara, uno dei tre steward; l’altro (Benito Moròn/Hugo Silva) ha provato una volta a saggiare le sue attitudini sessuali navigando verso l’altra sponda e facendo sesso orale con una “persona di fiducia”: adesso, dopo aver fatto le sue esperienze, si dice convinto di essere etero ma - si sa come vanno queste cose - non si puo’ mai dire!
Anche i passeggeri formano una comitiva non poco bislacca: Norma Bosch (Cecilia Roth) è una donna che un tempo ha spopolato sulla copertina di “Interview” ed ora fa la “porno-escort” a pagamento, dedicandosi soprattutto a rapporti sessuali sado/masochistici con clienti d’alto bordo: a suo dire i primi seicento “V.I.P.” del paese l’hanno frequentata, Re Juan Carlos compreso!
Bruna (Lola Dueñas) è una sensitiva ancora vergine convinta che questo viaggio sarà quello buono per risolvere il suo “problema”; Ricardo (Guillermo Toledo) è un attore/latin lover in fuga dalle sue amanti, per comunicare con le quali – incredibilmente -  gli basta fare un’unica telefonata (prestate  attenzione difatti a cosa succede sopra il viadotto ed alla bicicletta che vi passa sotto…).
Completano il quadro una coppia di sposini - dormiglioni ed “impasticcati” - in viaggio di nozze (Miguel Angel Silvestre e Laya Martì), un nasuto sicario (Infante/José María Yazpik) ed un uomo d’affari coinvolto in truffe bancarie (Il dottor Mas/José Luis Torrijo).
Un’ora e mezzo dopo il decollo verrà scoperto che uno dei carrelli è irrimediabilmente guasto ed anziché dirigersi in Messico come previsto l’aereo comincerà a sorvolare Toledo in attesa che venga resa disponibile una pista per un atterraggio d’emergenza.
Quel che purtroppo non prende mai il volo, duole dirlo, è questo film di un Pedro Almodóvar oramai in chiara crisi di creatività e  di “risultato”: negli ultimi tempi non è certo  il suo primo lavoro che manca il bersaglio e questo nonostante “Gli amanti passeggeri”  segni il  ritorno alla commedia, il genere che fece la sua fortuna degli inizi.
Il buon cast, inserito in una fusoliera “pop e coloratissima”, potrebbe dare origine a situazioni stuzzicanti ed esilaranti ma purtroppo non se ne intuisce che la possibilità ed un  sapore appena accennato:  non è sufficiente servire dell’ “Agua de Valencia” corretta alla “mescalina culizzata” - con la conseguente esplosione di sesso che dilagherà fino alla classe turistica – né proporre dei dialoghi spinti e disinibiti (quanto fini a se stessi) per accendere il nostro buonumore e strapparci qualche risata!
Nemmeno bastano i confusi riferimenti al presente incerto Europeo/Spagnolo (vaghissimi accenni alle truffe  ed alle insicurezze sociali) a regalare una minima compiutezza ad un racconto approssimativo e statico, con i personaggi appena abbozzati e le loro storie tutte solo accennate che non sfociano in nessun dove (compreso “l’omaggio avulso” della “gag” iniziale con Antonio Banderas e Penelope Cruz).
Il cocktail di antidepressivi, ansiolitici ed estratti di peyote andrebbe servito direttamente in sala agli spettatori che purtroppo possono riuscire a trovare qualche attimo di sollazzo appena nei cinque minuti dello spassoso e coreografato intermezzo musicale sulle note delle “Pointer Sisters”, certamente troppo poco per tentare di salvare il fiacco film di Almodóvar  che subito dopo continua a girare noiosamente in tondo - esattamente come il velivolo che porta a spasso i passeggeri/attori - per schiantarsi infine “inconcludentemente” al suolo.

mercoledì 13 marzo 2013

ANNA KARENINA DI Joe Wright


Anna (Keira Knightley) ed il suo cuore in tempesta: travolto da passione per il Conte Vronsky (Aaron Johnson) e nonostante questo ancora colmo di rispetto per il marito Aleksej Karenin (Jude Law).
Una donna stretta nella morsa del suo amore di donna e di madre, pronta in nome dei suoi sentimenti a sfidare la società ipocrita che  non perdona chi infrange le sue regole.
Finirà in tragedia, come è noto, così Joe Wright prova a suscitare nuovi motivi di attenzione ed interesse per questa storia dai connotati eterni  con una rivisitazione cinematografica tutta visivamente confinata tra le pareti – ricostruite sul set - di un teatro.
Risulta una felice intuizione quella di immortalare questo racconto struggente in un ambiente per sua natura sospeso a metà tra la vita e la finzione, in grado di regalargli ancora di piu’ una dimensione senza tempo ed universale, arricchita peraltro da una  gioiosa inventiva ed interessanti trovate sceniche e coreografiche:  fondali finti,  attori che si muovono dappertutto invadendo  persino le quinte oppure spostandosi  in alto, nello spazio riservato agli attrezzisti, camminando tra corde ed utensili mentre simulano  d’esser  all’aperto in una grande piazza, nel suo brulicare di gente. 
E’ avvolgente il ballo dove Vronsky e Karenina incrociano i loro destini e crudeli  gli sguardi che, quasi fossero pugnali,  si conficcano addosso alla dama peccatrice, insolito e divertente l’esercito di uomini che dai banchi ritma i movimenti a colpi di scartoffie e timbri; infine anche  una corsa di cavalli viene ricreata senza  bisogno di allontanarsi nemmeno  un millimetro da palco e platea, con il frusciare frenetico di un ventaglio che diviene via via un palpitante rumore di zoccoli in corsa: di colpo, la caduta di un fantino rivelerà agli occhi di tutti una condotta sconveniente.
Di tanto in tanto Wright si prende licenza di “evadere” e va oltre il confine delle scene e del sipario, perdendosi per un attimo le tra distese innevate o in un mare di fili d’erba agitati dal vento: almeno un paio di inquadrature esterne – gli amanti stesi sul prato e la donna con l’ombrello – riportano alla memoria i quadri impressionisti di Manet e Monet, ma numerose sono le soluzioni originali adottate per regalare a questa storia una nuova veste, persino uno scambio di pensieri a tavola tramite cubi di lettere, come se si stesse giocando una partita di  “Scarabeo”.
Funziona molto bene la costruzione dell’immagine quando abbinata alla fantasia, molto meno quando si concede alle inquadrature un pochino troppo manierate oppure dall’eccessivo tocco glamour: Konstantin Dmitrič Levin tra i covoni di fieno con il sole alle spalle risulta quasi stucchevole,  Anna riversa sul binario è una istantanea inerte e priva di forza.
La vera lacuna di “Anna Karenina” sembra però risiedere  nella sua impossibilità di adattare questo romanzo comprimendolo in  circa due ore (centotrenta minuti), insufficienti a far si che possa sprigionare la sua anima. 
Ci sarebbe bisogno di un generoso dispendio di tempo, al quale sono certamente più  versate le illimitate pagine di un libro – o di una “fiction” televisiva di buona fattura - che non le esigenze (soprattutto di produzione e distribuzione!) del grande schermo.
Volendo invece abbracciare tutto l’arco dell’opera - senza scegliere magari di mettere a fuoco solo alcuni personaggi o particolari passaggi -  davvero poco si riesce ad avvertire della magnanimità impagabile di Karenin e dei suoi crucci, molto superficialmente ci arrivano i dolori e le gioie dei cuori agitati dalla tormenta e percepiamo  appena gli umori ostili  dell’alta società che assedia crudelmente una donna accusata di aver perduto la sua onorabilità.
“L’amore romantico sarà l’ultima illusione del vecchio ordine” sentenzia il fratello ribelle di Kostantin: eppure a smentirlo ci sarà proprio  la grande forza di Anna Karenina – che la Knightley per quanto puo’ prova ad irradiare con una prova onesta –  forte solo del suo coraggio e della sua passione, che arremba  contro tutto e tutti incendiando ogni cosa al suo passaggio prima di cedere, infine, stremata dai fantasmi della gelosia e della solitudine.
Alla resa dei conti il film di Wright - per quanto gradevole  - risulta molto  levigato e freddo, vaporoso e “rassettato”: se il regista fosse riuscito a far emergere con più forza il groviglio di pena e disperazione delle quali ogni singolo protagonista è potenzialmente   intriso – una vera miniera letteraria pronta a consegnarsi a chi la voglia scavare – avremmo probabilmente lasciato la sala con un adeguato senso di “prostrazione” che, unito alla buona  ricerca estetica, ci avrebbe donato la commisurata soddisfazione.
Questo “Anna Karenina” invece sembra troppo spesso inseguire solo la perfezione formale e poco assecondare quanto di  davvero vibrante risiede nel racconto di Tolstoj; ovviamente  è davvero un “peccato” e -  proprio come  questa storia più di altre  ci insegna -  “il peccato ha il suo  prezzo”, quello stesso che il film di Wright non puo’ esimersi di pagare alla fine per essersi concesso – magari senza troppo “dolo” – ripetuti indugi tra gli orpelli in bella vista e lo sfarzo degli abiti colorati della Russia Imperiale, a scapito di un vero approfondimento della sfera intima dei protagonisti ed inevitabilmente finendo per sottrarre ossigeno al fuoco vitale del pathos.