VISITATORI

mercoledì 19 settembre 2012

PIETA' di Kim Ki Duk


Kang Do  (Lee Jun-Jin) riscuote per conto di uno strozzino i debiti dei suoi clienti, perlopiu’ poveri operai che hanno preso a prestito denaro per pagare i macchinari necessari a svolgere la loro professione, lavoratori che magari hanno resistito alle difficoltà per cinquant’anni ed ora devono far posto ai grattacieli ed alla nuova industria che avanza e di li a poco li spazzerà via.
Gli interessi sono del mille per cento e la morte dei debitori potrebbe essere una complicazione dal momento che in caso di insolvenza sarà una assicurazione, stipulata non sulla vita ma sull’integrità fisica, che pagherà al posto loro.  
Kang Do si adopra dunque senza scrupoli per rendere qualcuna di queste persone “storpia su commissione” – dopo di lui ci sarà chi passerà all'incasso – e procede eliminando ogni ostacolo sul cammino del recupero dei crediti, senza rispetto alcuno delle persone strette nella morsa dei debiti e costrette a pagare un prezzo altissimo, tanto per il dolore fisico da patire che per l’umiliazione e la sottrazione di dignità quali esseri umani.
Poi un giorno bussa alla porta di questo sordido esattore una donna (Jo Min Soo) che afferma di esser sua madre, quella che lo ha abbandonato trenta anni prima e che oggi torna a chiedere perdono per le sue colpe.
Utilizzando soluzioni narrative e descrittive di grande semplicità e chiarezza, Kim Ki Duk stavolta immerge la sua “parabola cinematografica” in un clima che fatica a farci prender fiato; se dovesse fare a meno delle sue ambientazioni e delle scene piuttosto “stilizzate” probabilmente il suo film picchierebbe sul nostro ventre come il piu' insostenibile dei cazzotti.
Invece in questo quadro di totale disperazione ed angoscia, denaro sporco e vendetta, il regista coreano gioca la carta del descrivere sottotraccia la  battaglia campale tra la cattiveria incallita ed oramai sorda ad ogni richiamo umano che viene costretta a confrontarsi con un amore insistente quanto incomprensibile che si presenta all’improvviso, – ma scoprirete da voi in seguito i veri motivi – squarciando una cupa, abitudinaria ed  ipotetica serenità, scompaginando ogni cosa ed insinuandosi tra le crepe di un muro fino a quel momento di granito.
Come dall'interazione di agenti chimici tenuti separati e d'un tratto versati nella medesima ampolla ecco che dalla fusione della durezza del cuore e la servizievole generosità dell'amore riaffiorano sentimenti scomparsi: la paura, l'invidia, il rispetto… la “Pietà”.
Kim Ki Duk ci lascia intendere che l'amore è un'arma potente, certo quella che più di tutte può qualunque cosa, però difficile da usare impropriamente ed incontrollabile negli effetti che genera a catena, comunque in grado di sortire sempre almeno l'effetto di agitare le acque, anche contro la più dura delle resistenze.
I protagonisti sono costretti a guardare in faccia strani fantasmi ed a combattere guerre faticose e devastanti  che hanno come “teatro delle operazioni” i meandri della loro intimità corrosa dall'odio, dalla rabbia e dall'apatia; desiderano il male e la vendetta ma nel momento in cui stanno per compierla vacillano messi a dura prova da forze loro superiori.
Uccidere l'anima e non il corpo sarebbe il più cattivo proposito e nel momento in cui  si affaccia un raggio di sole ecco che l'attimo dopo i buoni sentimenti  appena ridestati già ricominciano a latitare.
Eppure, imprevedibilmente, qualcuno percorrerà a ritroso i propri passi, scoprendo e vedendo quel che prima non era riuscito a scorgere e traendo da questo nuove sorprendenti conclusioni.
Certo, l'immagine più evocativa è una lunga striscia di sangue lungo la strada, ma siate attenti: non è quella l'unica traccia da seguire.

E' STATO IL FIGLIO di Daniele Ciprì


I Ciraulo vivono nella periferia Palermitana: in famiglia un lavoro ce l’ha solo Nicola (Toni Servillo) e per sfamare moglie, figli e nonni a carico talvolta  si sbarca il lunario cannibalizzando rame e ferro dalle carcasse delle navi abbandonate.
Poi un giorno la disgrazia si abbatte su di loro perché la figlia, la piccola Serenella, rimane uccisa in un attentato mafioso e se il dolore è incolmabile lo stesso non si puo’ dire del vuoto del portafogli: arriveranno difatti, dopo estenuanti lungaggini burocratiche che li costringeranno a tergiversare ed a contrarre “debiti pericolosi”,  220 milioni di lire di risarcimento per la  bambina scomparsa.
Ma quando i soldi verranno versati ai Ciraulo, questi non troveranno di meglio che dissipare il poco del denaro non ancora impegnato in precedenza ed ancora spendibile acquistando una Mercedes.
In “E’ stato il figlio” -  primo lungometraggio in solitaria di Daniele Ciprì, oggi orfano dell’antico sodale Franco Maresco - ci sono maschere grottesche che discendono (in)direttamente da un “Cinico T.V.” adesso a colori,  moderato però nei toni ed addolcito di molto.
Tra sfondi desolanti accecati di sole, fabbriche, case popolari e cartoline dell’Italia anni ’70 a base di famiglie in spiaggia con sdraio, cocomero, ghiacciaia e macchine stracariche, quella che emerge è una Palermo immutata (e forse immutabile) nell’arco di quasi mezzo secolo, fedele a se stessa nei  suoi codici di comunicazione e disperazione e che ci viene proposta utilizzando macchiette godibili come i colloqui con il “banchiere in casa” – l’usuraio – ovvero il Signor Pino, oppure deformando il dato di realtà   di protagonisti e comprimari, come accade con lo  squallido avvocato che dai capelli   scrolla  quintali di forfora sopra il tavolo.
Ispirandosi alle pagine di un romanzo di Roberto Alajmo, Ciprì utilizza, come gli è congeniale e consueto, un linguaggio visivo e comunicativo che origina dalle parti del surreale, assai meno disturbante che nelle precedenti esperienze “di coppia” ma non per questo necessariamente meno cattivo e sferzante: visioni di cannoli, fichi d’india e marionette (ovviamente Pupi Siciliani) fanno da contorno al coronamento di un sogno addirittura “Presidenziale”!
Nuova fiammante: eccola finalmente l’autovettura che dovrebbe assolvere al suo compito di “status symbol” e porre – del tutto in ipotesi - su un differente piano sociale i Ciraulo, affrancandoli, almeno formalmente, dalle difficoltà e le sofferenze di tutta una vita, motivo in più questo per far aspergere il mezzo addirittura con dell’acqua santa.
Per quasi tutta la durata della pellicola “E’ stato il figlio” cammina lungo un registro di commedia e tutto sommato di gradevole rilassatezza, preparandosi a nostra insaputa ad infliggerci una stilettata mortale giusto sul filo di lana, affidandola insospettabilmente ad uno dei protagonisti fino a quel momento rimasto in ombra ma capace di sfoderare una sorta di monologo finale – una autentica sorpresa - che chiude il racconto dandogli un senso più profondo e pennellando in un sol colpo tutti i colori di una certa Italia difficile da accettare quanto dura a morire.
Leggi antiche, norme di sopravvivenza, comportamenti antropologicamente incardinati  da sempre in un territorio a se stante che stenta ancora oggi ad abbandonare i suoi vizi più antichi e deleteri sono descritti con spirito acuto ed un temperamento artistico di rilievo da Ciprì, al suo esordio supportato da un cast davvero degno di nota: su tutti oltre a Servillo la moglie di Nicola Ciraulo,  Loredana (Giselda Volodi) e Nonna Aurora (Aurora Quattrocchi).
Breve apparizione per Piergiorgio Bellocchio (Ciprì ha curato la fotografia anche di “Bella Addormentata” del padre Marco) e premio a Venezia per il giovane Fabrizio Falco (Tancredi Ciraulo).
A volerlo cercare il difetto starebbe in una “confezione” persino troppo perfetta e levigata, una fotografia fin troppo elegante ed una regia senza incertezze (ma nemmeno vere geniali iperboli), che mescolate a tanto sordido e squallido peregrinare rischiano di addolcire fin troppo la pietanza.
Ma lamentarsi di registi in grado di “inventare storie” e raccontarle poi al cinema come sa fare Ciprì oltre che un inutile accanimento, al cospetto di tante pellicole scadenti di altri colleghi in Italia ed altrove, è un pochino da “azzeccagarbugli” se non proprio una piccola bestemmia e quindi meglio applaudire contenti, sperando al prossimo incontro di potersi addirittura spellare le mani.

venerdì 7 settembre 2012

BELLA ADDORMENTATA di Marco Bellocchio


Se nella già tanto divisa opinione pubblica degli italiani c’è stato un tema importante che negli ultimi anni ha animato  spalti ruggenti e contrapposti, quello è stato certo il caso di Eluana Englaro, con tutto il profondo e virulento  corredo delle sue implicazioni sulla questione dell’eutanasia.
Marco Bellocchio decide di farsene “carico cinematografico” con il suo “Bella addormentata”, forte di uno Stefano Rulli alla sceneggiatura – assieme a  Veronica Raimo - e di un cast davvero ben nutrito.
Eppure, fatto salvo l’onore dovuto all’onestà ed al coraggio profuso nell’avventurarsi a “mani nude” tra tanti forti contrasti e contraddizioni, va detto subito e senza girarci intorno che il risultato lascia piuttosto delusi.
Soprattutto sembra presto avere la  meglio su di noi un  fastidioso senso di “bulimia da luogo comune”, unito all’aggravio del non poter disporre di una sagace “speleologia artistica”  davvero capace di tirar fuori, dalle pieghe del dramma e del dolore, una chiave di lettura differente sull’argomento,  utile ad approfondire o stilisticamente nuova ed  indipendente dalla mera cronaca dei fatti.
In verità un simile approccio verrebbe anche tentato – ma dirlo riuscito sarebbe altra cosa - ed unitamente va detto che le prove degli attori, pure se non indimenticabili, sono senz’altro  buone: su tutte a nostro giudizio quella di Maya Sansa, ma di certo anche Servillo ed Herlitzka; ben calati nel ruolo anche Riondino e la Rohrwacher. Un pochino sottoutilizzata   forse Isabelle  Huppert, della quale ricorderemo solo (o soprattutto) il   viso bellissimo e spettrale e si dovrebbe magari  sorvolare sull’imbarazzante Brenno Placido che recita “Il pianto della Madonna” di Jacopone da Todi.
Nella costruzione narrativa – che rimane molto indefinita - i personaggi sono  ognuno latore di un differente punto di vista ed   avrebbero molto da dire, ma il dramma, inteso in senso artistico, è che  sono costretti a farlo dovendosi avvalere di dialoghi che, spiace constatarlo, sono il vero punto debole della pellicola, incapaci di originare poco di più che  un collage di frasi fatte pari al  resoconto, per giunta niente affatto ineccepibile, dei pensieri più ricorrenti sul tema, scontati  in qualche caso al  punto tale da arrivare a toccare  punte di vera e propria urticante banalità.  
Più confortante, ma non troppo,  il fronte delle immagini: buone alcune “istantanee” come ad esempio quella della folla assiepata attorno all’ambulanza ad inizio pellicola; certamente più incisive alcune allegorie politiche (il fuoco di fila degli “yes man” al cellulare) assieme alle sordide meschinerie di partito – anche se nemmeno queste riescono ad esser sempre esenti dal difetto di esser fin troppo didascaliche –  e di sicuro rimangono forti ed invariate nella loro capacità di fare breccia tutte le immagini del repertorio, dalle dichiarazioni del’ex premier Berlusconi, ad Emma Bonino sommersa dai rumoreggiamenti di fondo del Senato che le inveisce contro fino allo “show” dell’Onorevole Quagliariello, a poche ore dalla morte della Englaro, che manda knock-out il microfono.
“Colpi cinematograficamente  bene assestati” sono il viso bellissimo e fisso di una giovane ragazza tra i rumorosi e cadenzati respiri artificiali delle macchine che la mantengono in vita oppure il  discorso tra ironia e scaltrezza ad un bagno turco “senatorio” che ricorda ambientazioni da antica Roma – decontestualizzandola da questo film poco riuscito sembrerebbe poter essere una “visione interessante” - ma non bastano a risollevare le sorti di “Bella Addormentata”.
Bellocchio stenta a trovare la sua libertà espressiva, quella  che spesso lo ha contraddistinto a prescindere dalla compiutezza della sua opera e  si perde nella spossante e mediocre rigidità generale – peraltro sorprendente, tenuto conto dei noti professionisti che ci hanno lavorato - della sceneggiatura e dei dialoghi.
Così ecco che  la sua mano di regista vacilla  nel descrivere,  tra  disordine  e limite, tutti i pensieri, la rabbia e lo sdegno che aveva da raccontare e,  assieme al quadro collettivo di una nazione, pure  tutte le piccole intuizioni felici sbiadiscono e si confondono lungo la pellicola.

mercoledì 22 agosto 2012

L'ESTATE DI GIACOMO di Alessandro Comodin


“L’estate di Giacomo” segna l’esordio nel lungometraggio di Alessandro Comodin, giovane regista Friulano (Classe 1982), capace di aggiudicarsi subito con  la sua opera prima  il Pardo d’Oro nel concorso “Cineasti del presente” al  Festival di  Locarno 2011.  
Inestricabilmente sospesa tra documentario e finzione la pellicola è un ibrido amorevolmente genuino e capace di restituire significati, emozioni e sentimenti con le sole armi della semplicità e della grazia dell’immagine, del crogiolarsi nel tempo che scorre e del cedere il passo alla pura osservazione.
Per oltre un’ora dei settantacinque minuti totali i protagonisti sono solamente due: il giovane Giacomo Zulian (figlio di un amico del regista), un ragazzo con problemi di sordità il quale – lo desumiamo dai  pochi elementi che ci vengono offerti - sembra adesso avere sensibili miglioramenti con l’udito; assieme a lui la sua amica Stefania (Stefi), ovvero la sorella di Comodin.
L’obiettivo segue, invisibile ed imprescindibile terzo elemento,  ogni passo e parola di una loro innocente ed intima escursione fino alle rive del Tagliamento: il sentiero nel bosco, il fiume che d’improvviso appare a mutare il verde delle foglie in un azzurro limpido e fascinoso quasi fosse quello delle isole Maldive (o dell’  “Isola dei famosi”). Poi una passeggiata in bicicletta, con il sole alle spalle che tramonterà a breve ma intanto spande tutt’attorno la sua luce estiva, che poggia sapiente e gentile bagliori di vita tra rami e foglie;  e ancora la giostra in paese, il ballo al ritmo della fisarmonica.
La progressione degli avvenimenti è lineare, il montaggio pare quasi limitarsi a scremare le ridondanze ed a ridurre la giornata al tempo necessario per farne un film, certo avendo cura di cogliere i momenti essenziali e più significativi; i dialoghi all’impronta sembrano banali ma non sono per niente privi della possibilità di esser letti a diversi livelli dallo spettatore che vi si confronti, sorprendenti sia per l’atipico modo parlare di Giacomo e del suo timbro di voce – quello caratteristico di chi ha problemi con l’udito e  riabilita lentamente la parola, tra nuove sensazioni e sedute dal logopedista – così come per la spontaneità e la singolare purezza della quale sono intrisi.
Apparentemente inconcludente, senza una vera traccia da seguire o un suo evidente sviluppo drammatico – anzi gli elementi di riferimento sono volutamente ridotti al minimo indispensabile e vanno colti con perspicacia – “L’estate di Giacomo” è un “luogo del cinema” dove rovistare in cerca di piccole verità e minuscole tenerezze, una garbata intrusione in una adolescenza che, risvegliata nei sensi fino ad allora sopiti, scopre il “corpo nuovo” e l’affetto che da confuso e bambino diviene amore adulto.
In equilibrio perfetto tra sincerità e finzione, senza che per un solo istante se ne possa cogliere la benché minima differenza, la pellicola di Comodin è forse un pochino estenuante, un segmento di vita faticoso da seguire in finestra e ad una prima impressione piuttosto avara nel restituirci intima soddisfazione o una evidente gratificazione estetica, ma  trova in  realtà  una  precisa  ragione di essere anche soltanto nel suo rimandarci scorci di vita di una considerevole autenticità e pregni di una schiettezza ed una semplicità che potremmo definire quasi “regale”, tutti elementi notevoli e che sono per già per loro conto un degno motivo di attenzione.
Viene strappata via la corteccia che copre l’essenziale, spazzati via gli orpelli e messa a nudo ogni cosa conti per davvero, prescindendo dal percorso esistenziale e dalle capacità di ogni singolo e differente essere umano.
La vita bisogna saperla osservare,  esser poi capaci di raccontarla - o di filmarla – e tanto colui che narra o ridisegna l’esistente, tanto coloro che guardano o ascoltano, debbono essere in grado  poi di comprenderla o in qualche misura “allinearsi” ad essa, senza aver la presunzione che nulla di tutto questo sia né facile, né  scontato.
C’è un attimo sopra gli altri in cui ci arrivano, quasi palpabili, vivide e calde sensazioni, ed è quando Stefi scioglie i suoi capelli e Giacomo, leggermente intimidito, volge il suo viso di lato pur continuando  a puntarla con gli occhi,  forse folgorato  dal volto radioso della sua amica, forse dalla luce del sole o da quella non meno scintillante che comincia a farsi largo dentro di lui; poi sospira: “La vita è così… per tutti.”

lunedì 16 luglio 2012

TAKE SHELTER di Jeff Nichols



Curtis (Michael Shannon) è un operaio: ha una moglie (SamanthaJessica Chastain) ed una figlia affetta da sordità.

Forse è il lavoro che lo stressa, forse si tratta di qualcosa di molto più grave, ma da qualche tempo fa brutti sogni ed ha terribili visioni.

La realtà, quando lo riaccoglie, è comunque sovrastata da un cielo plumbeo e da una pioggia che nasconde strani presagi.

Proverà a rintracciare le radici del suo male consultando i medici, ma forse non è tanto nella sua mente il dramma che incombe quanto nella calma apparente che lo circonda.

Take shelterdi Jeff Nichols è un film che si muove in un terreno ambiguo, dove si incrociano domande e dubbi oltre ad una paura difficilmente catalogabile, che presto finisce per coprire tutto e si impadronisce delle atmosfere quanto del protagonista.

Per sfuggire alla confusione ed allincertezza che ci avvolgono dovremo necessariamente arrivare anche noi fino allultimo fotogramma.

Atmosfere dilatate, che nella percezione richiamano quelle dell'attesa di un film horror, ci lasciano brancolare nel buio mentre seguiamo Curtis che perde aderenza dalla realtà e lancia richieste di aiuto che gli si spezzano in gola un attimo prima di essere urlate.

Sciama attorno un malessere intangibile, senza un volto concreto, che impalpabile e strisciante mina ogni sicurezza: le banche che esigono i propri crediti, le assicurazioni indispensabili per le cure sanitarie, collegate al posto di lavoro, ed una quotidianità quindi messa a rischio ad ogni passo dai licenziamenti che incombono. Non sono per caso questi indizi.

Nichols è estenuante, volutamente fuorviante e, grazie a questo, bravissimo a celare fino in fondo lobiettivo nascosto del suo racconto.

Cè un rifugio contro gli uragani che sembra non debba servire a nessuno e bagliori nel cielo che nessuno nota ma che rischiano di fulminare molti, a loro stessa insaputa.

Le sensazioni cheTake shelter” ci induce a provare - letteralmente potremmo tradurre il titolo con l'espressione “mettersi a riparo” – non hanno nulla di benevolo e ci conducono assieme a Curtisbravissimo Shannon, oramai specializzato nei ruoli da disturbato mentale dopo i lavori con Mendes ed Herzog - in una dimensione insicura e paurosa che è il luogo che il film vuole creare per noi, buona per sottrarci ad una insana calma piatta e scuoterci dal nostro torpore, spronandoci a cercare un diverso e salvifico approdo.

Transitare attraverso questa dimensione di panico e angoscia, mentre percepiamo sempre più vicino labbattersi su di noi di una sorta di flagello biblico, ci porta al significato metaforico del film, ovvero il versante parallelo della pellicola di Nichols, che poco ha a che vedere con la follia di un solo uomo e molto invece con quella di tutti gli altri, che siano cittadini della lontana America o della nostra Europa, devastate da crisi di varia forma ed entità e senza una facile soluzione.

C’è una tempesta in arrivo e nessuno è preparato, anzi, nessuno la vede. Tranne uno, uno soltanto: ma nessuno gli crede!

domenica 15 luglio 2012

UN AMORE DI GIOVENTU’ di Mia Hansen Løve



Due giovani che si affacciano all’amore: per Camille il suo ragazzo è tutto quello che può immaginare o desiderare ed altrettanto pensiero vorrebbe che albergasse nella testa di Sullivan.

Ma lui sa bene che questo non è possibile e che ognuno deve fare le sue esperienze, per poi poterle condividere.

Il giovane venderà dunque un minuscolo dipinto, eredità di famiglia, per poter raggiungere Caracas e combinare qualcosa di buono, alla ricerca di una pace utopistica che Parigi, con il suo “falso equilibrio”, non avrebbe potuto dargli: in poche parole tenta di diventare adulto.

I due ragazzi, nello spazio di poco tempo, conoscono la separazione e la perdita; il sogno e l’idealizzazione combatteranno con la realtà perdendo nei suoi confronti molto terreno ma anche questa, a sua volta, dovrà confrontarsi con il continuo incontrare sul suo cammino pulviscolo di desideri e briciole di cuore che il vento non è riuscito a spazzar via.

Film francese, che si può definire tale a pieno titolo per la sua purezza e per le sue inesistenti concessioni al superfluo, per la ricerca vera di una “vera bellezza” e per il rifiuto netto ad omologarsi ai modelli imperanti del cinema e della piacevolezza.

Ad ogni dissolvenza la Hansen Løve Love scandisce un nuovo capitolo della vita che finisce e ricomincia. La sua storia si dipana seguendo soprattutto Camille: il suo disagio e la grande tristezza dopo l’abbandono, poi la presa di coscienza; il lavoro che la aiuterà a scavare dentro ed a tirar fuori qualcosa di lei che era riottosa ad uscire.

L’inezia fa la differenza e lo sa bene questa regista Francese che rinverdisce i fasti di Rohmer e Truffaut, ma che guarda anche all’essenzialità, non necessariamente poetica, di tanto cinema contemporaneo orientale. Con bravura innata ma anche molta professionalità, rende alla perfezione l'implacabilità del distacco, il disorientamento di due vite lontane ma che si avverte da un momento all’altro potranno riunirsi. Seguendo richiami inspiegabili, la svolta passa ora per un bambino mai nato, poi uno sciopero dei treni, un mancato suicidio, una lettera non spedita.

Esistenze che navigano lontano, che non si sono mai perdute del tutto ma nemmeno riuscite davvero ad afferrare.

Non aspettatevi quel che non troverete: un film romantico e melenso con lieto fine programmato.

La vita muove, agita, divide cuori e corpi e menti. La Hansen Løve ha un passo felpato, delicatissimo, strettamente abbarbicato alla realtà dei torti e delle ragioni pur riuscendo a mantenere vivo un romantico fatalismo.

L’amore è come una malattia: la più incomprensibile e difficile a guarire, la più rischiosa e... bella!

Non governiamo davvero la nostra rotta: solo ogni tanto diamo un colpo al timone e ci sembra di riprender la direzione; tanto ci basta a non esser travolti e continuare a vivere, o a galleggiare.

Come un cappello che il vento porta con se e lascia poi cadere: è il sole quello che brilla sulle acque limpide del fiume, leggermente increspate, mai veramente immobili.

IL DITTATORE di Larry Charles



Il Dittatore/Generale Aladeen nasce già con la barba e da grande, come i suoi pari, avrà i soliti problemi con l' uranio da arricchire.

Le olimpiadi se le organizza per conto proprio e se sono su pista le vince “abbattendo” letteralmente i suoi avversari, altrimenti se le gioca alla “Wee” nei panni di un terrorista, con un videogame che prende spunto dai drammatici fatti di “Settembre Nero” a Monaco nel 1972.

Chiunque gli faccia il minimo sgarbo rischia di esser giustiziato, anche se per gli sventurati scopriremo l'esistenza di una sorprendente via d’uscita proprio negli U.S.A..

Però la sera è una solitudine vera quella che lo circonda quando abbraccia il suo cuscino mentre le donne con le quali ha giaciuto frettolosamente gli rimangono distanti, immobili sulle foto a parete della sua grande stanza.

Ma ecco che una visita nella odiata “America di Satana” cambierà la sua vita, o meglio per un bel tratto ne devierà il corso, quando per una serie di circostanze verrà “sollevato” dal suo incarico di potere e catapultato in una realtà sconosciuta.

Con Larry Charles e Sacha Baron Cohen l’eccesso è lo stile comandato, di certo un ingrediente irrinunciabile: “Il Dittatore” però non vive di soli uppercut trash da assestare ma è forte anche di un foltissimo campionario di battute brucianti e verità cattivissime e satireggianti sciorinateci sotto forma di situazioni comiche, qualcuna di queste più che godibile.

Se volessimo individuarne il difetto non dovremmo puntare dunque sulla sua inclinazione a trascendere quanto invece su una complessiva organicità e compattezza davvero troppo esili per farne un film che possa prendere le distanze dal tempo che lo ha partorito, così come dai riferimenti reali che mette in campo.

Nondimeno la pellicola rimane ostaggio, nel bene o nel male, proprio del suo stesso mitragliamento senza posa di battute.

Le imbeccate intelligenti ed acute sono molte, per quanto volutamente abbandonate ad un senso di sciatteria, nessuna però che contribuisca a tenere unito il film con uno straccio di “filo” che ne faccia davvero una storia anziché un potente palco di cabaret su schermo cinematografico.

E’ però difficile non ridere, certo anche amaro, ad esempio al cospetto dei potenti della terra che non vedono l’ora di trasformare la dittatura in democrazia per poter cominciare a banchettare tra gas e petrolio.

Ugualmente molto azzeccato è il cinese affetto da “delirio di onnipotenza con deriva omosessuale” che ci precipita in angosciosi quanto spassosi interrogativi irrisolti su quale sarà stato poi il conto pagato ad Edward Norton (oppure da Harvey Keitel) e che sicuramente avrà gettato tra panico e allarme il povero Viggo Mortesen.

L’apice del trash probabilmente lo si raggiunge durante la scena di un parto, quando Aladeen (o dovremmo chiamarlo Alison Burger?) parla al suo cellulare e tuba mano nella mano con la sua fiamma: attenzione se andrete a vedere il film perché nella circostanza appena descritta non riuscirete a cavarvela alla bene in meglio come leggendo queste ultime due righe.

Al film di Charles e Baron Cohen va senza dubbio riconosciuta una velocità aggressiva ed una agilità repentina nel suo mordi e fuggi dissacratorio che quasi sempre coglie nel segno, non sempre calcando la mano sulla volgarità o la scorrettezza ma utilizzando, certo non a piene mani, persino raffinatezze criptate per pochi eletti (vedi i riferimenti agli Yiddish): con il suo armamentario di guardie vergini, sosia ed “Everybody Hurts” dei R.E.M. cantata in arabo, davvero bombarda a tutto campo su femminismo e buone maniere, modelli alternativi e categorie protette, insomma contro tutto e tutti.

Il discorso finale, limpido e didascalico, svela con semplicità qualche agghiacciante similitudine tra il mondo occidentale e tutto quello che invece crediamo ai suoi antipodi.

Ne “Il Dittatore” c’è molto intuito e nessun argine, tanta foga e parecchio disordine: divertimento quanto basta e fin sopra i titoli di coda: dalla scoperta di un felice e soddisfacente onanismo ad una cotta tremenda per una barricadera femminista fino a che un rumore di vetri infranti non risveglia in un lampo il demone della malvagità mai del tutto sopito.

L’amore non basta e il Dittatore è un lupo feroce: non perde il pelo semmai gli taglian via giusto la la barba: ma l'antico vizio di mozzar via le teste, quello no, non lo abbandona mai.

sabato 7 luglio 2012

C'ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA di Nuri Bilge Ceylan



Tre autovetture procedono in fila indiana alle ultime luci del giorno: di lì a poco sconfinerà la notte che, lo intuiamo presto, non ci darà occasione a breve di incontrare nuovamente il mattino.

Buio, lampi che annunciano la pioggia e illuminano per un attimo volti e presagi nascosti fra le rocce; molte parole, attesa, piccoli segnali e premonizioni.

Il teatro è quello di un paesaggio arcaico e desolato dove un commissario (Yilmaz Erdogan), un procuratore (Taner Birsel) ed un dottore (Muhammet Uzuner) accompagnano un reo-confesso, alla ricerca del luogo che nasconde le prove del suo misfatto.

C’era una volta in Anatolia” dell’eccellente regista Turco Nuri Bilge Ceylan (“Le tre scimmie” – “Uzak”) procede apparentemente come fosse un poliziesco ma il suo passo lento ed estenuante, così diverso dal “genere”, tradisce presto una diversa ambizione e la ricerca di un fronte inconsueto e lontano, fatto di indizi però umani, di vite che impattano con il loro passato più che di veri e propri elementi del crimine e se investigazione c'è, allora stiamo parlando di quella che esplora gli anfratti più reconditi dell’anima.

Il lungo viaggio in una notte che non vuole terminare, squarciata ogni tanto solo dai fari che la bucano percorrendo strade brulle e solitarie, apparentemente sembra tinto di giallo ma in realtà sono altri i colori e le sfumature che si vogliono raccontare ed indagare.

Bilge Ceylan priva lo spettatore dei riferimenti e lo lascia sperduto come i suoi protagonisti, facendo in modo che sensazioni e verità affiorino lentamente; spesso indugia in inquadrature larghe e fisse o che stringono il campo lentamente, rendendo ancora più acuto il senso di rarefazione.

Fotografia e luci usate con grande sapienza e raffinatezza amplificano ogni sensazione e “picchiettano” alla gola, poi anche al cuore.

Bir zamanlar Anadolu’da” – questo il titolo in originale - è una pellicola né troppo complessa ne criptica ma che richiede pazienza ed una necessaria partecipazione al fine di condurre fino all’empatia chi osserva; un approccio privo di tale predisposizione, della doverosa curiosità e della consapevolezza che la dilatazione del tempo è un valore aggiunto per meglio addentrarsi nei significati e nella realtà, probabilmente non potrà arrivare a cogliere le venature nascoste, né ripagarsi con lo stupore intenso a venire, che infatti giungerà senza dar sfoggio di nessuna appariscenza.

E’ una storia sporca, i cui frutti sembrano non doversi mai cogliere ma che invece regalerà a coloro che sapranno disporsi alla visione la possibilità di elaborare riflessioni lancinanti, sensazioni intense destinate a tornare più volte a struggerci ed incantarci.

Mancata “Palma d’oro” a Cannes 2011 – se la aggiudicò il Terrence Malick sopravvalutato di “The three of life” ma al quale si vollero forse rendere gli onori alla carriera – “C’era una volta in Anatolia” vinse comunque il “Gran Prix – Premio speciale della Giuria”: film di straordinaria bellezza, contemplativo, che ad ogni fotogramma scava un nuovo solco in visi e persone, senza mai urlare o dover stupire trasforma in suggestioni visive il modo di raccontare dei grandi della letteratura oppure ne ricorda la capacità evocatrice e descrittiva con epifanie radiose, incantevoli come pitture fiamminghe che ci mostrano niente di più che una ragazza emergere dal buio portando un vassoio colmo di bicchieri tintinnanti.

Il delitto al centro del racconto è niente altro che una scusa per poter intagliare con il bisturi di una grandissima regia il corpo dei vivi anziché quello dei morti e praticare una laboriosa quanto affascinante autopsia delle anime.

L’obiettivo schiacciato sul primo piano di un intricato labirinto umano lentamente se ne allontana e ci consente infine, lasciando trapelare una sola traccia per volta, di arrivare ad ammirare un quadro totale altrimenti indistinguibile.

Come da un setaccio, adagio, scivolano granelli di sabbia che con il loro grigio compongono l’indecifrabile disegno di differenti uomini e storie, provenienti da lunghi e sofferti percorsi, dei quali non tutto dobbiamo conoscere ma molto alla fine ci sarà rivelato.

Come si farebbe con qualcuno o qualcosa che non siamo riusciti ad afferrare del tutto ma ci ha profondamente turbato o colpito, li osserviamo ancora, giusto nei pressi dell’ultimo crocevia che li ha fatti incontrare: un attimo dopo ognuno sta già riprendendo il suo cammino.