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martedì 22 gennaio 2013

FRANKENWEENIE di Tim Burton


Il mondo cinematografico di Tim Burton è straordinariamente ricco e “Frankenweenie” arriva - anzi ritorna - a dimostrarci che lo è sempre stato, fin dagli albori.
Difatti, il giovane Burton appena ventiseienne presentò nel 1984 un cortometraggio con lo stesso titolo e grosso modo eguale sceneggiatura del film oggi uscito nelle sale – girato all’epoca con attori in carne ed ossa – non ottenendo però dalla Disney, per la quale allora lavorava, la dovuta attenzione ed il meritato riconoscimento; nonostante questo si procaccio’  una nomination agli Oscar, poi un divieto ai minori di quattordici anni ed a seguire uno scarso successo di pubblico.
Altri tempi: dovevano ancora irrompere sulla scena e fare scuola molti stili diversi, differenti tecniche, modi di raccontare e fare cinema  e certamente, tra le ragioni di quanto accadde, va considerato quanto certi ambienti di riferimento fossero in maggioranza conservatori ed abbarbicati alle proprie sicurezze, poco globalizzati e refrattari al nuovo.
Oggi la storia chiude in qualche modo il suo cerchio e l’ultimo lavoro di Burton è prodotto proprio dalla Disney – una sorta di silenziosa rivincita del regista di Burbank, visto che il colosso Hollywoodiano all’epoca nientedimeno poi lo licenziò – ed approda nelle sale a portare nuove emozioni con una originale e divertente stop motion.
“Frankenweenie” - contrazione-fusione di “Franken(stein)” e ”Weenie”, che significa “sfigato” - è funereo e solare come solo le pellicole di Tim Burton possono e sanno essere.
Come al solito però non si tratta solo di restare ammirati dalle immancabili geniali trovate e dalle loro “traslazioni” visive come il cimitero degli animali domestici, il gatto che fa escrementi premonitori (“Mr.Baffino”) o il redivivo cane Sparky che perde i pezzi e sfoggia, come niente fosse, una toppa cucitagli sul corpo in mezzo alle tante cicatrici; c’è molto di più in questo racconto: ad  esempio diversi messaggi importanti rivolti ai “bambini che diventeranno adulti e che solo gli adulti che sono rimasti un po’ bambini” possono comprendere appieno e che, soprattutto nella parte centrale, il film  esplicita con estrema chiarezza.
Il Prof.Rzykruski (una sorta di “disegno/omaggio” a Vincent Price) è senza dubbio “l’antenna” dalla quale il film irradia la sua anima saggia, quello che si preoccupa di farci sapere ad esempio che la scienza non è ne buona né cattiva - nonostante possa essere usata in entrambe le maniere - e che bisogna fare attenzione, perchè  esistono pure “variabili del cuore” delle quali dover tenere conto.
La città ed i suoi abitanti gli sono ovviamente ostili – il sindaco lo etichetta come “Signor Minaccia” – perché temono che possa fare quello che promette, ovvero tentare di
“ingigantire le teste” dei loro figli e far crescere troppo il loro cervello: è noto che a volte il sapere in eccedenza puo’ diventare un problema.
Come spesso accade nell’universo Burtoniano ci sono elementi di morte ed immancabilmente di diversità: stavolta è tutto il mondo dei più piccoli che osserviamo disagiatamente al margine,  vittima di un malessere apatico e sotterraneo, con l'eccezione di qualche coetaneo  che non pensa a niente altro che a vincere – una competizione scientifica che genererà altissimi fattori di rischio – ed intorno  molti adulti che talvolta, come sapranno riconoscere poi, nemmeno sanno di cosa parlano, capaci solo di fare facili promesse perché le sanno già impossibili da realizzare, come ad esempio quella di riportare in vita un cane morto.
Un piccolo spazio molto interessante viene dedicato al personaggio della nipote del sindaco, bambina indesiderata ma offerta al pubblico in “adorabile esposizione” nella scena in cui canta  triste e sconsolata: il suo nome, Helsa Van Helsing,  è l’ennesima citazione  di un mondo da sempre fieramente blandito ed omaggiato da Burton. 
Poi, a ridosso dell’epilogo,  una tartaruga diverrà grande quanto Godzilla ed alcune scimmiette di mare semineranno il panico in città fino a che non verranno fermate con “pop corn molto salati” e così, grazie ad  un intermezzo vivace tra fiamme, pericoli e mostriciattoli, ecco che si sterza bruscamente dalla linea  riflessiva e profonda seguita fino a quel momento verso una piu’ leggera e divertente,  impedendo forse al film di  tirar dritto verso il capolavoro di genere, collocandosi al pari di “Nightmare before Christmas” o “La sposa cadavere”.
Se dietro questa “variazione di tono”  sia ipotizzabile un qualche compromesso, tra produzione ed autore, per rendere meno spigoloso e tetro un film destinato (anche) ad una platea mondiale di piccoli spettatori, non è concesso sapere.
Trattasi però  di un problema di poco conto nel momento in cui possiamo fregarci le mani di fronte al ritorno di un cineasta che si ripropone alla nostra attenzione   maturo come non mai ed equipaggiato al massimo del corredo della  sua fantasia, che mai abbisogna  di fulmini o scariche elettriche per sprizzare scintille.
Tim Burton è ancora lui ed anzi, se qualcuno vorrà cimentarsi nel confrontare i due “Frankenweenie” noterà  bene che lo è sempre stato: magnificamente emancipato e fedele a se stesso, geniale e senza  freni, fin dai primissimi  giorni. 

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