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lunedì 12 novembre 2012

LA NAVE DOLCE di Daniele Vicari


In Albania, al porto di Durazzo, la grande nave da trasporto “Vlora” è appena tornata dal suo peregrinare per il pianeta: Cuba, Olanda, Francia.
Ora è carica di 10.000 tonnellate di zucchero e pronta a ripartire ma una folla la prende d’assalto, va al suo arrembaggio salendo dalle cime di ormeggio, la raggiunge dalle barchette che le galleggiano intorno; le  forze militari che dovrebbero difenderla da questa orda che le si avventa addosso buttano i fucili, montano a bordo anch’essi e si uniscono alla  moltitudine umana che affronterà un incredibile viaggio!
Destinazione Italia: da adesso la sete, il sonno e la paura sono esigenze vitali “rimandate” a quando sarà nuovamente il  tempo.
La costa brilla di luci davanti “all’umano carico” e dal porto di Brindisi viene ordinato l’impossibile: tornare indietro fino a Durazzo. Lambendo la terra da vicino senza poterla toccare ma potendola ancora solo sognare si arriva  a Bari, dove avverrà uno sbarco destinato a segnare una pagina indelebile nella grande cronaca del nostro Paese e del nostro tempo e ad imprimere il suo segno anche sulla storia dell’Europa e forse del mondo. E' l'otto di agosto del 1991.
“La nave dolce” è il ritorno – felice e riuscito - di Daniele Vicari al documentario, tipologia di cinema che molto gli si confà; nel 2007 vinse il David di Donatello con “Il mio paese” ed anche stavolta il suo lavoro sembra premiare gli sforzi profusi.
Le immagini della “Vlora” in alto mare, con la gente ammassata letteralmente a grappoli e le sovrastrutture della nave ricoperte da una massa di esseri umani sono evocative come poche altre e valgono da sole la visione della pellicola.
Vicari usa con grande misura il vasto materiale a sua disposizione, dai filmati in bianco e nero provenienti dall’Albania fino a tutto il repertorio visto e non visto, lo accompagna alle testimonianze di alcuni di coloro che fecero il “grande ed incredibile viaggio” ed ora hanno scolorato il loro esser stranieri in una lingua Italiana che, quasi alla perfezione, ne maschera le origini.
Non lesina uno schiaffo alla politica e rimette davanti ai nostri occhi l’aspro confronto e l’inattesa distanza tra le istituzioni centrali e locali (l’allora presidente della Repubblica Cossiga apostrofò con parole durissime  il Sindaco di Bari Delfino); ripropone da vari punti di vista le enormi difficoltà tecniche e pure l’impreparazione di fronte ad uno sbarco dai numeri impressionanti, che nessuno ha mai contato o potuto davvero verificare anche se si parla ci circa ventimila persone!
Dal porto della speranza alla trappola dello stadio “Delle Vittorie”, la salvezza e la libertà affogano nell’incubo: quel che non ha potuto il mare lo materializza infine la legge degli uomini.
La solidarietà tra gli stessi Albanesi diviene prima tensione e poi conflitto: violenza, bande armate e prepotenti che emergono dalla moltitudine e lo stadio diviene una arena incredibile; a momenti ci si trova davanti ad un surreale autoscontro contornato da uomini disperati e con pochi stracci addosso.
Presto rimarranno solo carte e rifiuti sul prato verde, immagine triste di un sconfitta umana, di una desolante ricerca del paradiso perduto: tutti gli emigranti in cerca di una nuova “America” verranno rimpatriati; solo pochi di loro – forse millecinquecento – riusciranno a rimanere, inizialmente in condizione di clandestinità e comunque grazie solo alla benevolenza dei tutori dell’ordine, moralmente ed emotivamente coinvolti dopo aver vissuto con loro a stretto contatto una prova stressante, lunga sei giorni.
Da allora, negli anni successivi, in Italia la popolazione degli stranieri è salita da duecentotrentamila a quattro milioni e mezzo di persone, mentre si calcola che un altro milione sia stato respinto: dei morti in mare il numero non è nemmeno quantificabile e nelle alte sfere più di qualcuno, per diversi motivi, ha forse  ragione di fregarsene le mani.
Il biblico approdo della speranza era un monito che nessuna scrittura aveva preannunciato? Era forse un sacro (o laico) richiamo alla solidarietà oppure l’ultimo (o il penultimo)  appello all’umanità di noi tutti? In ogni caso è stato disatteso, allora come oggi, ma non sarà così per sempre e soprattutto non saremo noi a decidere come e quando cambierà, forse anche repentinamente, il corso degli avvenimenti, bensì lo farà la storia, che non farà distinzione alcuna nell’assegnare i ruoli di buoni o di reietti ai nuovi protagonisti.

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