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mercoledì 13 novembre 2013

ZORAN - IL MIO NIPOTE SCEMO di Matteo Oleotto


Paolo (Giuseppe Battiston) è un omaccione piuttosto egoista, cinico e bugiardo. Passa le sue giornate ciondolando nell’osteria (…”osmiza”…) del vecchio amico Gustino (Teco Celio), dal quale talvolta cerca rifugio, a notte fonda quando ha bevuto troppo e deve abbandonare in tutta fretta la guida del suo furgoncino giallo, per evitare che i vigili – appostati al varco sulla strada – gli sequestrino la patente.

Lavora di malavoglia nella cucina di una mensa per anziani ed occasionalmente prova - con una corte puerile e patetica - a riconquistare i favori della sua ex-moglie Stefania (Marjuta Slamic), che però non vuol più saperne di lui ed ora vive assieme ad Alfio (Roberto Citran), un uomo tranquillo che compone e colleziona curatissimi uccelli di ceramica.

Paolo, alla morte della lontana zia slovena Anja, non erediterà denaro bensì un cane di ceramica ed un nipote adolescente dal nome singolare: Zoran (Rob Prašnikar). Il giovane parla un italiano colorito ed aulico, asserendo di averlo imparato leggendo “capolavori” come “Lampi sull’Isonzo” di Giulio Previati e “Lacrime di Fanciulla” di Enrico Cosulich (allo spettatore scoprire se i due libri esistono realmente o sono un parto immaginario degli sceneggiatori) e soprattutto ha una particolare abilità nel cogliere il centro del bersaglio al gioco delle freccette, bravura che lo “zio Paolo” reputerà propizia per dare una svolta alla propria grama vita.

Il film di Matteo Oleotto è ambientato al confine con la Slovenia, in un paese del nord vicino Gorizia, città dove questi è nato; con semplicità ed un umorismo caustico (dal retrogusto “etilico”…) il regista cerca di cogliere alcune delle molteplici sfumature nascoste dei suoi luoghi natii, le atmosfere quasi arcaiche e le particolari solitudini di quelle lontane zone dell’Italia, i caratteri ombrosi della gente o quelli invece gioviali, maturati tra le odorose fragranze del vino.

I suoi protagonisti si incontrano spesso in particolari luoghi di ritrovo come le “Osmize”, locali di antica tradizione dell’altopiano carsico, dove si vendono e si consumano vini e prodotti tipici direttamente nelle abitazioni o nelle cantine dei contadini che li producono.

Giuseppe Battiston è il mattatore straripante (e “straripato”!) di questa pellicola e regala al personaggio di Paolo Bressan la sua “pachidermica bonarietà” assieme ad una punta di cattiveria, ponendo l’accento su quell’egoismo insensibile tipico di coloro che sono stati colpiti duro dalla vita e non hanno saputo rialzarsi e reagire.

Lo strano ragazzino erudito e dal viso dolce ed occhialuto suo malgrado lo porterà - forse non del tutto casualmente - a dover guardare in faccia la pochezza della sua realtà, troppo spesso aggirata solo con le armi della menzogna o di mezzucci ed espedienti occasionali, costringendolo infine a riconsiderare il suo approccio con la vita.

“Zoran – Il mio nipote scemo” si avvale delle armi di una commedia corrosiva, avendo come obiettivo anche quello di colpire “distrattamente” al cuore dei nostri sentimenti che, a dire il vero, per lunghi tratti sfiora solo marginalmente - tergiversando perlopiù tra situazioni divertenti e battute acide e beffarde - riuscendo però, proprio sul finale, a centrare anche questo bersaglio, quando ogni cosa si scioglierà in una fragorosa risata dal sapore fresco e liberatorio.   

mercoledì 6 novembre 2013

BLANCANIEVES di Pablo Berger


Biancaneve nasce “anche” a Siviglia, all’inizio del secolo scorso: si chiama “Carmen” ed è figlia del leggendario torero Antonio Villalta (Daniel Gimènez), uno che combatte contro sei bestie alla volta.

Ma la sua venuta al mondo avviene in un giorno disgraziato: sua madre (Inma Cuesta) morirà nel darla alla luce mentre il padre perderà l’uso delle gambe; finirà poi per consegnarsi nelle grinfie della suadente infermiera Encarna (Maribel Verdù), perfida e scaltra abbastanza da farsi sposare dallo sventurato che ridurrà, in breve, ad un fantoccio in suo potere.

Anche “Carmencita”, dopo la morte della nonna (Angela Molina) sarà obbligata a trasferirsi dalla matrigna che la costringerà a subire angherie e soprusi, arrivando poi fino al punto di incaricare il suo amante/servitore di portarla nel bosco per ucciderla.

Sulle ali dell’abbuffata in patria di Premi Goya (ben dieci tra i quali “miglior film”) e forte della sua candidatura all’oscar 2014 in rappresentanza della Spagna, arriva in Italia “Blancanieves” del regista Pablo Berger, un fiaba surreale dall’anima (bianca e) nera.

Prendendo spunto dal racconto dei Fratelli Grimm il regista di Bilbao crea un film che sembra arrivare direttamente dall’epoca del muto, ricco di atmosfere gotiche; celebrativo della tauromachia, nelle intenzioni vorrebbe poi veleggiare dalla favola verso chissà quali altri lidi, passando attraverso licenze fantasiose e venature macabre.

Ma “Blancanieves” si arenerà presto a causa di una alquanto monotona prevedibilità: nella prima parte difatti vediamo perfettamente rispettato “il clichè di genere”, con la piccola bambina (interpretata dalla brava Sofia Oria) vessata dalla matrigna cattiva, costretta ad umilianti lavori ed impotente nell’aiutare il padre; poi, una volta che questa sarà cresciuta e sfuggita al controllo della perfida donna, arriva puntuale il cambio di passo ed ecco che Carmen incontrerà sul suo cammino sei (e non sette!...) “nani toreador”, i quali faranno affiorare le sue abilità nascoste fino a condurla ad esibirsi nella stessa arena dove ebbero origine le sue disgrazie (una sublime quanto facilmente ipotizzabile apoteosi della rivincita).

In opposizione a queste evoluzioni del racconto piuttosto scontate verrà in soccorso il finale della storia che ha un suo apprezzabile spunto creativo e si mostrerà capace di offrire un sussulto di originalità e di struggente sentimentalismo; prima di questo però, solo qualche piccolo siparietto di Encarna alle prese con il pavido amante Genaro Bilbao (Pere Ponce) - suo succube schiavo fino ad esserne letteralmente ridotto al guinzaglio – aveva stuzzicato la nostra attenzione.

Nella fiaba moderna la “regina” anziché il trono si vedrà sottrarre dalla figliastra “Biancaneve” la fama e l’ambita copertina della rivista “Lecturas” - simpatica intuizione anche questa - ma niente di più oltre quanto appena accennato troverete di stimolante e di davvero creativo nella pellicola di Berger, ricolma di eleganti merletti e velette nere e fin troppo straboccante di occhi sgranati ed espressioni “esageratamente piene”, tutte uguali l’una all’altra.

Coraggiosamente muto ed in bianco e nero, concepito senza parole come un melodramma dalle tinte funebri che strizza l’occhio – per stessa ammissione del regista – ai “Freaks” di Tod Browning, “Blancanieves” patisce soprattutto di una originalità assai intermittente e, nella seconda parte, della prestazione di una protagonista spesso non all’altezza: la bella ma non altrettanto brava Macarena Garcia, alla quale è affidato il ruolo di Carmen una volta cresciuta.


Berger però afferma incredibilmente di trovar la Garcia capace di “trasmetter con gli occhi” come la Renèe Falconetti della “Passione di Giovanna d’Arco” di Dreyer; questione di gusti ma anche di sguardi: magnetici e magnifici quelli dell'attrice degli anni venti, pallidi ed inutilmente lacrimosi quelli della nuova musa dei giorni nostri!

venerdì 11 ottobre 2013

ANNI FELICI di Daniele Luchetti


Guido (Kim Rossi Stuart) è un giovane scultore e pittore. Nel suo studio trasforma i corpi delle modelle in lampade moderne e trasgressive. La sua vita è perennemente sospesa tra il mondo affettivo e le ambizioni creative. Visceralmente è convinto che tutto quel che è convenzionale non possa esser bello, che ogni cosa che riesca facile sia sbagliata.

Sua moglie Serena (Micaela Ramazzotti) più che dell’arte è innamorata dell’artista. I suoi desideri semplicemente coincidono con la felicità del marito e - gelosie a parte - ha come unico cruccio quello di non esser mai davvero all’interno del “cerchio” dove ardono le passioni del suo uomo: difficile stargli vicino nel modo giusto, senza sbagliare il tempo.

Due i figli della coppia: Dario, di appena una decina d’anni, è il più grande. E’ lui – divenuto oramai adulto – a commentare fuori campo i giorni lontani del suo movimentato passato in questo “Anni Felici” di Daniele Luchetti ed a prestargli la voce è proprio lo stesso regista.

Non è un caso, perché questo suo ultimo lavoro è fortemente intriso di riferimenti autobiografici: basti pensare che il titolo di lavorazione della pellicola era addirittura “Storia metaforica della mia famiglia” e se ciò non fosse sufficiente a render l’idea sappiate che il padre del regista, Luca, era anch’esso scultore, mentre il nonno – Romeo - un pittore.

Filtrando la sua vita attraverso la finzione cinematografica, Luchetti ritorna all’estate del 1974 quando egli stesso, ancora bambino, si ritrovava talvolta confinato nell’angolo di una stanza ad osservare il padre mentre frequentava esponenti di spicco dell’avanguardia artistica Romana degli anni ’70 (Pascali, De Dominicis e Pistoletto, tra gli altri).

Ma a dominare la scena ci sono soprattutto “due genitori a mano armata”, eredi diversi della libertaria ed infiammante stagione del “sessantotto”: inevitabile rimanere coinvolti dentro tutte le loro discussioni, difficile rimanere alla larga dalla loro piccole e grandi esplorazioni, impossibile evitare poi le tensioni e le ricadute derivanti da tutto questo.

In quel periodo sarebbe stata approvata la legge sul divorzio, la rivoluzione sessuale avrebbe continuato a muovere i suoi passi e le posizioni femministe - ancora per poco tempo - avrebbero continuato ad avanzare: erano giorni pieni di entusiasmo, di passione e voglia di cercare risposte, dalla mente e dall’anima ma anche dal corpo; forse non propriamente o “solamente” felici ma durante i quali si avvertiva, costante, la tensione e la voglia di muovere verso il proprio sentire, di andare incontro al senso pieno delle cose e di “graffiare” la vita con le emozioni.

Nonostante tanto impeto e commovente limpidezza, poteva comprensibilmente capitare che le difficoltà della vita costringessero l’arte – e l’artista – ad “abdicare” ad integrità e purezza per sottostare ai bisogni ed alle urgenze del sostentamento quotidiano: non si trattava esattamente di “vendersi” ma perlomeno di “venir comprati”!

Pochi gli incorruttibili e gli indisponibili a qualsiasi compromesso, sempre fieramente in lotta per affermarsi in ambienti di nicchia, combattendo la “dittatura” dei galleristi e dei critici e pronti a dilatar le fauci in faccia al capitale ed alla borghesia.

Quando il piccolo Dario - alle prime armi con la sua cinepresa Super 8 (l’inseparabile regalo di nonna) - abborderà casualmente il remunerativo mondo della pubblicità guadagnando al primo colpo ben 1.800.000 lire (toccò sorte analoga allo stesso Luchetti?), inevitabilmente alimenterà qualche rabbia e sconcerto nel padre Guido, un “integralista” mai davvero arreso ad accettare l’eterna commistione tra creatività e denaro.

In mezzo a questo effervescente contesto - dove si agitavano tormenti e vitalità prorompente - “Anni felici” srotola la sua storia, mostrandoci gli eventi dal suo privilegiato e sentimentale osservatorio, quello di un nucleo familiare fin da principio agitato dal temperamento artistico di Guido e dalle sue disordinate spinte emotive ed istintive, poi in balia delle scoperte inattese di Serena (assieme all'amica Helke – Martina Gedek), infine di ogni nuovo slancio e di tutte le ulteriori consapevolezze acquisite, vere o presunte.

Rossi Stuart e la Ramazzotti – spesso inquadrati in primo piano - cercano generosamente di porgerci le loro sfumature più nascoste, dipingendo al meglio le passioni irruente, le tenerezze impreviste, le spigolose insicurezze.

Luchetti (sceneggiatore assieme a Stefano Rulli, Sandro Petraglia e Caterina Venturini) è bravo a non caricare i suoi protagonisti con responsabilità troppo pesanti – non per questo volendogli sfuggire – ed a lasciare il suo film protetto da un clima di sostanziale leggerezza, riuscendo a sciogliere le asprezze delle tematiche forti dentro toni vicini alla commedia.


Se è vero che l’arte ha bisogno di stimoli e vitalità e che spesso si nutre più nel travaglio che non nella pace o nell’appagamento, “Anni Felici” - nonostante una certa spensieratezza - sembra rispettare la regola: la pellicola è ben foraggiata da un vissuto di quelli che hanno poi segnato ogni giorno a venire, corroborata (talora con qualche piccola convenzionalità) da un sempre piu’ navigato e disinibito mestiere nel saperlo raccontare.

GRAVITY di Alfonso Cuarón


Qualche centinaio di kilometri sopra il cielo, nell’ “etereo cortile” antistante la loro navetta spaziale, alcuni astronauti confondono la loro sagoma in tuta bianca con gli astri luminosi.

Qualcuno sta apportando riparazioni ad un pannello elettronico: i bulloni non cadono per terra ma fluttuano nel nero stellato; altri per passare il tempo si producono in piccole capriole nello spazio, sprecando propellente prezioso che verrà rimpianto in seguito.

Le previsioni meteo non sono il massimo: “cielo (...) limpido” con possibile arrivo di detriti. Difatti, di li a poco, migliaia di schegge impazzite investiranno la zona alla velocità di oltre 80.000 kilometri l’ora, spazzando via tutto e risparmiando - dopo un impatto fragoroso - solo un uomo ed una donna, che verranno risucchiati nella solitudine di un buio infinito e profondo.

Comincerà una angosciosa deriva, fatta di momenti di forte scoramento ma non priva di speranza: raggiungibili, nelle vicinanze, vi sono una stazione orbitante russa, poi più in la una cinese.

Dopo una virtuosistica partenza di regia con un piano sequenza della durata di oltre dieci minuti - girato grazie ad artifici tecnologici e digitali che hanno permesso di simulare l’assenza di gravità di oggetti ed attori - Alfonso Cuarón dirige spedito il suo film verso lidi meno fantascientifici di quelli che potremmo immaginare, premurandosi con la sua camera di immortalare soprattutto primi piani di umanissima disperazione.

L'ingegnere medico (ed inesperta astronauta) Ryan Stone - una Sandra Bullock davvero brava a donare identità al suo personaggio e capace di farsi praticamente carico di tutto il peso della storia - dovrà imparare molto e piuttosto in fretta.

Leggendo i manuali scoprirà come si guidano i moduli spaziali (più o meno come faremmo noi volendo usare un nuovo gingillo tecnologico, appena dopo averlo comprato), dovrà apprendere cosa vuol dire “distaccarsi e lasciar andare” e non potrà più rimandare l'elaborazione di un luttuoso dolore che da anni la accompagna: da adesso l’energia vitale ed il coraggio per tentare di trarsi fuori dai guai saranno proporzionali a quanto saprà esser presente a se stessa ed ancora desiderosa di vivere.

Mentre la morte alita addosso a chi è perduto in uno sterminato e profondo silenzio – al cui fascino soggiogante si potrebbe finire presto per fare l’abitudine - la vista unica dell’aurora, bellissima, illumina la madre terra: visto da lassù e separato dal suo caos il nostro mondo è senza dubbio l'immagine splendida di un “paradiso”/(terrestre), così come ognuno di noi potrebbe sognarlo.

Nel deserto stellato ogni uomo torna davvero solo con se stesso, a tu per tu con il buio siderale del cosmo ma anche della sua coscienza, temporaneamente separato persino dalla sua stessa vita, lasciata ad attendere su un pianeta ora incredibilmente lontano. Nello spazio tutto assume differente luce e gradazione e anche l’anima si rifrange in modo inconsueto attraverso il prisma della vita; all’improvviso appare chiaro che auto infliggersi ripetitive giornate che dalla sveglia portano al lavoro in ospedale, poi a dormire e all’indomani di nuovo ad uno stanco ed abitudinario ripetersi, non puo’ considerarsi un'esistenza degna di esser vissuta.

All'interno di una stazione orbitante, con attorno cordoni penzolanti, Cuarón ritaglia per la sua protagonista una immagine dove questa occupa il centro della composizione in posizione fetale: forse un indizio cinematografico che vuole simboleggiarne “una” rinascita.

L'immedesimazione con quanto accade sullo schermo è forte e costante: dallo sconforto irrimediabile muoviamo verso una ritrovata speranza passando per un assurdo mayday con le terre artiche: al riguardo, qualcuno all'ultimo Festival del Cinema di Venezia potrebbe aver avuto occasione di vedere il corto/controcampo “Aningaaq” di Jonas Cuaron, figlio del regista e sceneggiatore della pellicola. Ora a quel frammento – che già viveva di luce propria - si potrà restituire “un” suo senso più esteso e completo.

Quella proposta dal regista Messicano e dai suoi protagonisti (bravo anche George Clooney/Matt Kowalsky, astronauta veterano e protagonista a tempo determinato) forse non è né la cronaca di un grande viaggio, né una storia davvero pazzesca, piuttosto un singolare racconto umano scaturito da una situazione eccezionale, narrato con encomiabile lucidità ed un taglio cinematografico molto realistico, davvero raro per storie di questa ambientazione. “Gravity” non cede mai, nemmeno per un attimo, ad una deriva noiosa o alla tentazione di fare mero spettacolo.


Le lacrime fluttuano nell’aria e si allontanano: facendo fare altrettanto alle angosce si potrebbe forse sperare di “riemergere” alla vita. Comunque andrà a finire, mamma ora parla con ritrovata grazia interiore al suo angelo perduto e gli manda a dire che ha finalmente ritrovato la sua scarpetta rossa.

BLING RING di Sofia Coppola


Avere una linea d’abbigliamento, dare il proprio nome ad un profumo o creare un marchio che “rappresenti la propria personalità”; fare un programma televisivo, “aiutare il mondo” ed in futuro, perché no, ambire a diventare “Presidente degli Stati Uniti d’America”!

Questi i sogni confusi, “convulsi” o con vaga consapevolezza pensati - per esser l’attimo dopo già dimenticati o sostituiti con altri di nuova e differente “inconsistenza” - di una piccola gang di adolescenti e forse anche di una generosa fetta della loro generazione.

Il tempo libero lo passavano rubando dalle auto dei ricchi in sosta per la strada (“ostriche” facili da aprire, senza alcun antifurto inserito) e violando le abitazioni delle loro star preferite, passandovi all’interno la serata come si va al Pub con gli amici a bere qualcosa o a far quattro salti in discoteca.

E’ successo realmente, in California qualche anno fa e lo raccontava un articolo di “Vanity Fair” di Nancy Jo Sales dal titolo “I sospetti indossavano Laboutin”; poi la stessa autrice ha successivamente pubblicato anche un libro sulla vicenda, per l’appunto “Bling Ring” (in Italia Ed. “Sperling e Kupfer”.)

Nella lista delle vittime Megan Fox, Lindsay Lohan (una “cattiva maestra”, anche lei accusata di aver rubato un collier in un gioielleria e costretta ad uno sgradevole soggiorno dietro le sbarre), Orlando Bloom e Paris Hilton: furti per oltre tre milioni di dollari in beni di lusso!

I ragazzi finirono in manette: nella realtà cinque di loro al momento dell’arresto avevano tra i diciassette ed i diciotto anni ed uno solo ne aveva ventisette (tale Roy Lopez).

Sofia Coppola lavora sull'episodio e ne trae un film: ricostruisce il periodo di fuoco della cricca, l’acme del loro “furtivo” (...) idillio con gli armadi e gli scaffali, capienti come quelli di un supermercato ma, anziché di pasta e scatolette di tonno, ricolmi di scarpe ed occhiali griffati, vagonate di borse e vestiti di marca. Per le riprese Paris Hilton mette a disposizione la sua casa, che fu abbordata e “visitata” piu’ di una volta e dove – prego prestate attenzione - il volto della “diva” tracima da ogni angolo visibile ai nostri occhi, dalle pareti ai cuscini dei divani.

I giovani protagonisti, un po’ sbandati ma benestanti (poca scuola e droghe in quantità senza troppi freni) vivono i loro giorni come in uno stato di “veglia ipnotica permanente”.

Non hanno nessun altro desiderio se non quello di “esser parte di uno (quello) stile di vita” e di rubare impunemente denaro da poter poi dilapidare in modo compulsivo, per ottenerne nient’altro che ulteriori monili ed altri accessori di lusso.

Nemmeno la detonazione di un colpo di pistola - sparato accidentalmente - scuote la loro quotidianità dal torpore: nulla riesce a destarli dal loro incubo vestito di sogno!

"Bling Ring” (“bling” nel gergo sta per banda e “ring” per gioiellino vistoso, patacca appariscente”) descrive in un’ora e mezza le “sfrontate imprese” di questa banda di immaturi cronici e la loro delinquenza placida, l' “adrenalinica serialità” condita con le estemporanee “meditazioni” new age (…?...) ispirate al libro Best Seller “The Secret”.

A seguire l’immancabile pubblicazione su Facebook delle foto che possano “certificare” tutte le bravate collezionate, buone per dissipare ogni ragionevole dubbio sulle spericolate intrusioni nei domicili privati ed anche per fornirsi a buon mercato una ragione d'esistere.

Osserviamo attoniti il susseguirsi delle “serate da sballo”, l’una uguale alle altre, accompagnate da esclamazioni come “cazzo, non ci credo…è assurdo” (eppure è senz'altro vero e persino percepito come piacevole!): niente di più, a parte questa futilità, sembra muovere la giornata lungo il tempo che scorre.

Il film della Coppola vola via veloce, certo senza prodursi in analisi troppo rilevanti della storia che tratta (ma chissà, forse l'intenzione era proprio quella di lasciarci in balia di una forte sensazione di superficialità) ed il suo racconto sembra sgretolare in fretta ogni speranza di redenzione assieme ai vaghi residui di morale.

Preoccupante l’eventualità del carcere, che potrebbe esser duro quando la sveglia suonerà implacabilmente alle 05.30 del mattino: ma non bisogna disperarsi troppo perché corre voce che si possa ottenere persino il permesso di tenere le extension!

Ora che il fascino criminale ha ridefinito l’aura magica delle “Nuove Star del nulla” e che le oltre ottocento richieste di amicizia su Facebook sono state tutte accettate - anche se nemmeno una degnata di attenzione - ecco nascere a disposizione dei nostri “eroi” persino una “Fan Page”, incredibilmente dedicata loro pure se si sono resi autori di nefandezze che la maggioranza della società civile dovrebbe disprezzare: è l'ennesima occasione per interrogarsi sull'eterno e perverso fascino verso le figure alla “Bonnie e Clyde”, del quale l’America – e non soltanto - continua ad esser vittima.

Marc, Nicky, Sam, Chloe, e la furbissima Rebecca (Israel Broussard, Emma Watson, Taissa Farmiga, Claire Julien e Katie Chang): Hollywood Hills è stato il loro paradiso, quel che ha fermato la loro “beatitudine” forse solo un tumultuoso incidente di percorso; ma hanno ancora molto da offrire all’umanità ed il cellulare sempre pronto ad immortalare le nuove vacuità del momento!


Per chiarirvi meglio le idee potreste forse connettervi con “NickMooreForever.com” (…!...); il giudizio definitivo di Sofia Coppola e del suo film invece rimangono sospesi, senza una condanna morale esplicita ed inequivocabile, ma certo è arduo trovare lungo la sua pellicola una sponda positiva che possa giustificare tanta delinquente banalità.

domenica 15 settembre 2013

FOXFIRE di Laurent Cantet


In una cittadina americana, negli anni '50, un gruppo di ragazzine adolescenti diventano “sorelle di sangue” e tra giuramenti solenni ed indelebili marchi tatuati sulle spalle danno vita alle “Foxfire”, una setta fondata su “lealtà, fiducia e amore”: piuttosto che fallire e non tener fede alle promesse fatte meglio morire!

Inizialmente le piccole ribelli cominciano con il vendicarsi del poco simpatico Sig.Buttinger, il professore di matematica (mandandolo in giro per la città con l'automobile sfregiata da una scritta oscena), poi sarà la volta dello zio Walt, colpevole di aver provato ad ottenere favori sessuali dalla sua nipotina Maddie - una delle adepte - in cambio di una vecchia macchina per scrivere, ottenuta la quale – senza soddisfare alcun laido desiderio – le ragazze comiceranno a scrivere i loro memoriali: date, luoghi, motivi, “bersagli” e tutto quello che i “benpensanti” chiamano reati.

Ma ben presto, dai piccoli atti dimostrativi e le proteste femministe (o animaliste) si passerà a ben altro, complice anche il bisogno di sostenere le spese nella casa dove queste si sono trasferite, “una vecchia fattoria bella come una goletta che fende fieramente le onde” e sarà immediatamente di tutta evidenza la differenza tra il pitturare fiamme rosse sulle vetrine dei negozi ed invece giocare davvero con il fuoco, andando all'avventura su strade dove si può rischiare persino di bruciare!

“Foxfire” di Laurent Cantet è tratto dal romanzo “Bad Girls” di Joyce Carol Oates e narra le vicende delle protagoniste Rita, Lana, Violet, Maddie, Goldie e Legs, quest'ultima la fondatrice e vera anima del gruppo: “una stella cadente in movimento perpetuo” dietro alla quale le altre cercavano di stare in scia.

Film diverso dagli altri del regista francese, a partire dallo stile e le modalità di lavorazione: esigenze di produzione hanno imposto il Canada come set ed a differenza delle pellicole precedenti anziché pochi collaboratori la media di presenze della troupe era di novanta persone.

Dissimile stavolta anche il versante dal quale muovere la critica al capitalismo, certo non lesinata in film come “Risorse Umane” oppure “A tempo pieno”: partendo dalla ribellione di ragazze quindicenni affamate di nuovi orizzonti, percepite dalla società come una terribile minaccia – ed evidentemente anche dall'assurda censura del nostro paese che ha deciso di vietare la pellicola ai minori di quattordici anni “per le ripetute condotte di rottura delle regole con modalità violente” - si arriverà a rievocare persino la rivoluzione Castrista nella Sierra Maestra (anche se solo dalle pagine di un giornale), cedendo forse troppo al desiderio di voler indottrinare con insistenza quel che già era stato esplicitato con chiarezza e non aveva bisogno di ulteriori sottolineature; ridondanti difatti anche le nostalgiche citazioni di un uomo che “cantando l'internazionale ha finito per incontrare dio” e le lapidarie frasi sulla “rivoluzione che prima deve incuter la paura e dopo il rispetto”.

Comunque, a parte le concessioni al fascino delle utopie oramai perdute, “Foxfire” rimane una buona pellicola che mostra con chiarezza come le migliori intenzioni possano sconfinare in atti criminosi, evidenziando le difficoltà e gli screzi del cammino comune quando diminuiscono gli ardori ed aumentano le difficoltà ed i rischi, causa prima dei conseguenti abbandoni e delle ingiustificate estromissioni.


Come sempre, dalle piccole banalità c'è la possibilità di scorgere le grandi verità e chi potrebbe negare “che la felicità è un viaggio e non una meta e che vivere è soltanto nell'immediatezza dell'azione”: eppure, con un velo di tristezza, anche stavolta siamo qui a constatare di come persino per la fiamma più viva ed incendiaria, prima o poi, arrivi sempre il momento di spegnersi!

venerdì 13 settembre 2013

IN ANOTHER COUNTRY di Hong Sang-soo


Tre donne occidentali (Francesi), una dopo l'altra, si troveranno per motivi diversi a trascorrere del tempo in una piccola località di mare della Corea del Sud: Mohang.

Portano lo stesso nome (Anne), sono interpretate dalla stessa attrice (Isabelle Huppert) ma hanno vite e storie diverse: eppure sembrano, almeno caratterialmente, la stessa persona!

Le loro vicende sono create dalla penna di una ragazza che stila le sue sceneggiature direttamente dall'interno del film di Hong Sang-soo “In another country”, che si scompone così da subito in differenti piani di lettura, tutti da affrontare con animo giocoso e romantico.

I personaggi delle varie storie si sovrappongono, le situazioni si ripetono in momenti diversi e marciano ogni volta verso un orizzonte differente ma mantenendo elementi in comune fra loro. Nel mezzo di questo intreccio di finzione, che diviene solo parzialmente realtà, viene concesso persino un ulteriore intermezzo temporale al sogno.

Confusione illogica ed incomprensibile?
Niente affatto: è nei piccoli dettagli che risiedono l'essenza ed il filo conduttore della pellicola.
In quelle gelosie e nelle piccole scaramucce amorose che ci viene chiesto di seguire, nell'osservare gli uomini egosisti e marpioni o invece lo strano bagnino in maglietta arancione che ha un modo tutto suo di “proteggere” e di far la corte alle donne, sempre nella stessa maniera diretta e spiazzante, ingenua e sincera; nel girare a vuoto oppure in cerca di qualcosa, senza che sia davvero importante trovarla o meno.

Hong Sang-soo pedina i suoi “scampoli di storia” con il suo obiettivo, cercando di metterci a nostro agio di fronte al disorientamento dovuto agli scambi dei protagonisti ed agli intrecci temporali da lui congegnati: usa movimenti di macchina secchi e scattosi, minimi ed elementari, che seguono da vicino soprattutto una Isabelle Huppert – ambita e desiderata protagonista del suo lavoro – mai così soave e sorridente, molto distante dai volti sofferenti ed emaciati che ne hanno fatto l'etoile del cinema Francese.

Segni e presagi: il faro è una chimera introvabile; un biglietto amoroso è scritto con un grafia incomprensibile (ma il destino tornerà comunque indietro per svolgere il suo compito?); un monaco come risposta alle domande ha solamente la sua umile sincerità.

“In another country” è un film dove si parla di sentimenti e si passeggia osservando la vita; la narrazione è niente altro che una scusa per andarcene in giro osservando i protagonisti bere “Soju” e curiosare tra le loro parole e sensazioni.

Divertimento d'autore, surreale ed astratto, godibile e strampalato: ma c'è molta più classe ed emozione in questa pellicola che in mille altre confezionate per circuire scientemente i nostri sensi e commuoverci con artifici ed inganni da mestieranti.


ELYSIUM di Neill Blomkamp


Nel 2154 nel cielo brilla una nuova stella: si chiama "Elysium" e non bisogna pensare alcunchè quando la si osserva perchè il desiderio semplicemente "è LEI"; il sogno invece, è arrivare un giorno a viverci, abbandonando per sempre la Terra!

Anzi, in realtà "Elysium" non è un astro bensì una stazione orbitale che gli uomini hanno costruito per trasferirvisi a vivere, dal momento che il globo versa oramai in pessime condizioni e mantenere elevati standard di benessere non è più una cosa fattibile sul pianeta natio, nè abbordabile per tutte le tasche.

Così l'umanità – ancor più che ai giorni nostri - si ritrova spezzata in due: i meno abbienti a guardare dal basso verso l'alto la meta dei loro sogni, ovvero il luogo dove ogni cosa è possibile, dal vivere agiatamente e nella prosperità al guarire istantaneamente da ogni malattia, purchè si abbiano i soldi per poterselo permettere. I ricchi invece come al solito in cima alla scala, a menar le danze dallo spazio ed a difendere il proprio habitat ed il potere.

Anzichè le odierne “carrette del mare degli immigrati” di nostra conoscenza, partono all'assalto di “Elysium” astronavi clandestine cariche di reietti in cerca di fortuna, che un Ministro della Difesa spietato e senza scrupoli (Jodie Foster) respinge con mezzi leciti ed “azioni non autorizzate”.

Ovviamente, a causa di uno spiacevole “inconveniente radioattivo” - occorsogli durante il suo turno di lavoro in fabbrica (un luogo questo sempre più malsano ed insicuro!) - avrà bisogno di far visita alla “stazione dei desideri” anche il protagonista principale della pellicola (Max/Matt Damon), il quale coglierà al volo l'occasione per mantenere vecchie promesse d'infanzia e nel contempo realizzare a pieno il senso della sua esistenza.

“Elysium” per oltre la metà della sua durata è poco altro che un film d'azione e di approssimativa fantascienza, dove sullo sfondo scorgiamo il delinearsi promettente di una metafora di stampo progressista che però, ben presto, si rivelerà esser piuttosto sempliciotta e con eccessivo innesto collaterale di sdolcinature a buon mercato.

Qualsiasi problema di plausibilità e qualunque ostacolo narrativo alla storia vengono aggirati con stratagemmi piuttosto sommari: “esoscheletri di terza generazione” rimettono in piedi all'istante corpi morenti e debilitati mentre per curare le malattie di ogni sorta e “riparare” i danni fisici di qualsiasi entità basta sdraiarsi per qualche minuto dentro ad invidiabili “capsule mediche”. Infine, il colpo di stato di questi tempi si fa comodamente a tavolino, per mezzo di un semplice “Reboot”, ovviamente da lanciarsi utilizzando un software segretissimo ed ambito da tutti, da carpire a qualunque costo con un “download cerebrale”.

“Elysium” è spiacevolmente distante da quel “District 9” che fu il buon esordio di Blomkamp, ed a differenza della sua prima pellicola – anch'essa aveva un impianto fantascientifico con in primo piano la tematica della diversità - stavolta il regista Sudafricano sguazza divertito e senza una vera meta nella schiuma della superficialità e guarda più allo spettacolo (botteghino?) che allo spessore del racconto, pur strizzando l'occhio sporadicamente a qualcosa di piu' ambizioso ma senza la vera intenzione di assecondare la sua vena. Rimandi vaghi al “vecchio Cronemberg” che amava mischiare “ferro (tecnologia) e carne”, vedi soprattutto “Existenz”.


Tra basse romanticherie con lacrimoni programmati ed una mediocrità narrativa dalla quale a momenti ci si illude soltanto di staccarsi per decollare altrove, si precipita presto verso il basso e già dopo una mezz'ora gli occhi dello spettatore più esigente vanno in orbita, roteando come una navicella spaziale impazzita, fino a schiantarsi sul bianco soffitto della sala!

VENEZIA - 70^ MOSTRA D'ARTE INTERNAZIONALE CINEMATOGRAFICA


TRACKS di John Curran
Versione Originale Inglese (110 min.)
PalaBiennale – 29 agosto 2013 – Ore 20.00


Da Alice Springs in Australia fino all'Oceano Indiano, dopo il deserto.
Per Robyn Davidson (Mia Wasikowska) nessun posto è casa sua e nel ricordo del padre, che in passato a piedi percorse l'Africa in cerca d'oro e incontrando coccodrilli, ora vorrebbe viaggiare per tremila kilometri in solitaria attraversando terre aspre e pericolose; ma dovrà condividere qualche momento anche assieme ad un fotografo (Rick Smolan/Adam Driver) con il quale scoprirà di avere in comune molte piu' cose di quante non credesse.
La storia vera della “Signora dei cammelli”!
Il film di Curran scivola via leggero e veloce: un lungometraggio che ha per solida base un buon racconto. Il risultato è un cinema avvincente e dallo stile lineare, anche se forse troppo passivo nel contemplare l'avventura della quale tratta.
Arriveremo a poggiare il nostro sguardo fin oltre le dune bianche del deserto, la dove il blu del mare si confonde con il colore dei sogni.

Voto ** 6½

VIA CASTELLANA BANDIERA di Emma Dante
Versione Originale Italiano (90 min.)
PalaBiennale – 29 agosto 2013 – Ore 22.00



In un vicolo sperduto della Sicilia due donne, bloccate in automobile in uno stallo ai limiti del surreale, danno luogo ad una sfida dai connotati quasi western: marcano il territorio come animali, scattose inseriscono la prima nel cambio come si carica il colpo nella canna della pistola per poi sparare.
Intolleranze e disaffezioni, dolori e piccole tenerezze: tutto emerge e si fa strada nel film esordio di Emma Dante.
Buona la proprietà dei mezzi a disposizione che, stavolta, le consentono di operare oltre i limiti dell'abituale profondità di campo e della visione frontale del teatro.
Lampi di Italiane insensatezze e cattivere siciliane, cuori impietriti e tristezze arse nel sole, nel cemento e nel tempo.

Voto *** 7½

JOE di David Gordon Green
Versione Originale Inglese (117 min)
PalaBiennale – 30 agosto 2013 – Ore 20.00


La vita è un lungo binario del quale non si vede la fine e per succhiarle via il veleno che la rende malsana talvolta è necessario iniettarne altro nel fusto di alberi fastidiosi per l'imprenditore di turno, che al loro posto vuol piantarne di nuovi.
E' un Texas nel quale sembrano convogliare molte delle tenebre e delle infelicità del mondo quello di David Gordon Green e dove Joe (Nicolas Cage) fa a pugni con la vita e con la legge mentre non lontano, intorno a lui, si susseguono esplosioni di bestialità e violenza.
Uomini sopraffatti dalla vita, dalla sfortuna o dalla rabbia, linguaggio sporco e vite miserabili, finale prevedibile e precipitato.
Ogni tanto la terra pare confondersi con l'inferno eppure sarà l'ultimo dei diavoli ad indicarci la strada per il paradiso.

Voto ** 6½

DIE FRAU DES POLIZISTEN (La moglie del poliziotto)
di Philip Gröning
Versione Originale Tedesco (175 min.)
PalaBiennale – 30 agosto 2013 – Ore 22.00


Nella famiglia felice il male brucia e consuma lentamente, come un tronco che arde dall'interno, nascosto nel fitto del bosco.
Nel film di Gröning la violenza è quasi assente ma i suoi segni invece affiorano lentamente e con circostanziata e dolorosa precisione.
Le poche lancinanti deflagrazioni di violenza si conficcano, senza rimedio, come aghi nella memoria: riaffioreranno poi fino ad impossessarsi dei nostri sensi coinvolgendoci, nostro malgrado, in una esperienza di empatica discesa agli inferi.
Spossante e rigorosa rappresentazione della normalità della disperazione, di un ambiente patogeno, disturbato ed angoscioso, “Die Frau des polizisten” precipita lo spettatore in una dimensione rarefatta, richiedendogli grande impegno e partecipazione.
Il film è suddiviso in capitoli estenuanti come un calvario e paga forse alla fine un qualche dazio più a questa sua frammentazione che non alla sua rigorosa lentezza o alla cupezza asfissiante delle sue atmosfere, senza però per questo perdere alcunchè della sua efficacia e della sua bellezza.

Voto *** 7½

CON IL FIATO SOSPESO di Costanza Quatriglio
Versione Originale Italiano (35 min.)
Sala Grande – 31 agosto 2013 – Ore 10.00


Ispirato al suo memoriale e per rendere omaggio alla vera storia di Emanuele, dottorando nel Dipartimento di Scienze Farmaceutiche di Catania morto nel 2003 di tumore ai polmoni, Costanza Quatriglio chiede “aiuto” ad Alba Rohrwacher per ottenere attorialmente indietro ogni sorriso spezzato o lacrima perduta, tutta l'intensità del rimpianto per i sogni immaginati e poi smarriti in una realtà che, giorno dopo giorno, li ha annichiliti.
“E' la quantità che fa il veleno” e dovrebbe tenerne conto l'Italia, un paese che sta lentamente scivolando e consegnandosi ad una malattia senza un nome ma sempre più inesorabile ed ogni giorno più percettibile.
Il film della Quatriglio è un inno alla ricerca scientifica malmessa e bistrattata, “in pericolo e pericolosa”, una dedica a tutti quei giovani coraggiosi che la animano e la mantengono in vita.
E' un grido d'amore e d'allarme per il nostro Paese urlato con convinzione e dolorosa tenerezza, per mezzo di una finzione penetrante che somiglia in modo bruciante al vero.

Voto *** 7

REDEMPTION di Miguel Gomes
Versione Orig. Portoghese, Italiano, Francese, Tedesco (26 min.)
Sala Grande – 31 agosto 2013 – Ore 10.40


Dal Portogallo all'Italia, dalla Francia alla Lipsia di una Germania non ancora unificata. Quattro storie che raccontano il passato di ignoti protagonisti vengono mostrate come un album di ricordi costruito con vecchie immagini mischiate ad un flusso di pensieri che, messi assieme, simultaneamente diventano cinema.
Il segno indelebile di quel che è accaduto, ogni piccolo sentimento, risentimento o sofferenza, segnano il presente.
Quale è la matrice comune di queste storie? A chi appartengono?
Tra filmati di repertorio e spezzoni di pellicola tratti da “Miracolo a Milano” di Vittorio De Sica scorrono sullo schermo ricordi e biografie forse solo sognate o immaginate, che il film di Gomez lega assieme con audace e riuscitissima lucidità ed una punta di leggera e velenosa ironia.

Voto **** 8

PHILOMENA di Stephen Frears
Versione Originale Inglese (94 min.)
PalaBiennale – 31 agosto 2013 – Ore 20.15


Anni '50: Philomena (Judi Dench), rimasta incinta a 14 anni, è finita a pagare il suo peccato nella lavanderia delle “Sorelle della Scarsa Pietà” (…!...) del convento di Roscrea, in Irlanda.
Suo figlio Anthony è stato dato in adozione per solo mille sterline ed ha preso la strada della lontana America: a lei è rimasto solo un buco nel cuore ed una foto clandestina.
Oggi, nel giorno dell'ipotetico cinquantesimo compleanno del suo bambino perduto ha deciso di rivelare a qualcuno il suo segreto e di provare a cercarlo.
La aiuterà un giornalista (Steve Coogan) caduto dagli altari alla polvere ed in leggera depressione: la ricerca non sarà avara di difficoltà e sorprese ma alla fine non sarà stato speso tempo invano.
Il film di Frears - tratto da una storia vera - è bello e commovente, sempre in equilibrio perfetto tra laicità e religione, tra vero e falso. Spesso si diverte a metter a confronto l'intelligenza e la cultura con la saggezza coltivata all'ombra dei piccoli romanzi futili, lasciando interdetto lo spettatore al momento di scegliere il vincitore del confronto!
Tratto dal libro di Martin Sixsmith “The lost child of Philomena Lee” la pellicola sembra partorita in uno raro stato di grazia e capace di diffondere un senso di armonia costante
Lo sguardo di “Mamma Dench” è un distillato di dignità, amore e cinema senza paragoni!

Voto **** 8

NIGHT MOVES di Kelly Reichardt
Versione Originale Inglese (112 min.)
PalaBiennale – 31 agosto 2013 – Ore 22.00


Il nostro pianeta è assalito e divorato dagli alfieri del profitto, della produzione e della crescita, anzi, forse è così malmesso che entro breve tempo sarà spacciato!
Tre ragazzi voglion dare la sveglia al mondo e farciscono un motoscafo come un tacchino, riempiendolo di sacchi di nitrato d'ammonio: gesto dimostrativo (e pericolosissimo!...) per destare l'attenzione e smuovere gli indifferenti o solo una forma di spettacolo e di egoistica gratificazione personale che nulla ha a che fare con etica ed ecologia?
Quando l'idea diventa azione e manifesta le sue conseguenze negative ecco che la vita potrebbe precipitare laddove non sembrava saremmo arrivati e persino la natura che volevamo salvare sembrerà più sporca!
I protagonisti di “Night Moves” sono atoni, spenti, avvolti da una tristezza che scolora il loro volto come i loro sogni; paiono guerrieri ipnotizzati ed assorbiti da un obiettivo fine a se stesso e scollegato dal contesto. Probabilmente perseguendolo, anziché divenire vivi e felici, finiranno per distruggersi.
Questo è esattamente quello che potrebbe accadere quando si supera il segno ed è chiaro l'avvertimento che vuole lanciare il film della Reichardt. La sua però è una pellicola troppo mortifera ed assai distante dal suo precedente e diversissimo “Meek's cutoff” (un atipico western), che si manifesta già logora molto prima di cominciare a lacerare costruttivamente le meningi ed il cuore dello spettatore.

Voto ** 6

DIE ANDERE HEIMAT – Chronik einer Sehnsucht di Edgar Reitz Versione Originale Tedesco (230 min.)
Sala Casinò – 01 settembre 2013 – Ore 14.30


Quale idea più semplice e geniale per “andare avanti” che quella di ricominciare da capo partendo da un altro versante, di riprendere il filo del discorso muovendo da un punto posto ancora più a ritroso sulla linea del tempo rispetto all' inizio della storia?
Questa l'intuizione di Edgar Reitz per il suo nuovo – il quarto - magnifico capitolo di Heimat “Die Andere Heimat – Chronik einer sensucht”: protagonista stavolta è Jakob e la Patria dilaga ovunque, non solo l'Hunsrück e Schabbach dove ancora è collocato lo svolgimento dell'azione fisica e reale.
Nello scorrere di soli tre anni passano davanti ai nostri occhi molte allegorie riguardanti l'ingiustizia ed il coraggio, la libertà e l'indifferenza; ci vengon mostrate le vie dell'amore e della scienza, l'amore materno, quello filiale e certamente anche quello sognante e romantico, attraverso un non scindibile connubio magico tra le parole e lo splendore delle immagini.
Un “fluire” incessante dove l'ambientazione nel passato non di rado è utile per depurare lo sguardo dagli orpelli e dalle ridondanze, rivelandoci in parallalelo anche aspetti del presente e di tutto quel che non ha tempo.
Capolavoro per tutte le latitudini del mondo e del cinema!

Voto ***** 9

PARKLAND di Peter Landesman
Versione Originale Inglese (92 min.)
PalaBiennale – 01 settembre 2013 – Ore 20.00


A cinquant'anni dall'omicidio di John Fitzgerald Kennedy, “Parkland” - questo il nome dell'ospedale di Dallas dove avvenne il decesso del Presidente Americano - il film di Peter Landesman è metà celebrazione e metà riflessione su quel che accadde e su quel che ancora è rimasto delle scorie di un episodio che mandò letteralmente in tilt gli Stati Uniti d'America e con essi buona parte della scena politica del globo.
Le baruffe e gli isterisimi a caldo, le reazioni quasi tutte compulsive e sopra le righe, le memorie ricostruite ed una serie di interessanti personaggi non di primissimo piano portati al centro dell'attenzione, concependo e costruendo il film come un montaggio di diversi controcampi, ricreati scegliendo alcuni tra i piu' significativi episodi che si verificarono attorno all'evento.
Il funerale di Oswald e la sua bara che nessuno osa nemmeno toccare (neanche fosse l'ultimo dei reietti o il diavolo in persona) e l'oceanico bagno di folla per la salma di “JFK”, in un confronto a distanza, chiudono la raccolta dei fatti salienti di alcuni dei giorni piu' bui della storia degli Stati Uniti.
Ennesima ricostruzione per una “vicenda inalienabile ed indelebile” tratta dal libro “Four Days in November” di Vincent Bugliosi: ce n'era davvero bisogno?

Voto ** 6

MISS VIOLENCE di Alexandros Avranas
Versione Originale Greco (99 min.)
PalaBiennale – 01 settembre 2013 – Ore 22.00



Mentre tutti stanno festeggiando in casa, senza salutare i suoi cari la piccola Angelica vola giù dal davanzale: ed il pensiero suicida diviene morte all'istante!
Si capisce subito che in casa non regna l'armonia e certamente nemmeno l'allegria: Elena è incinta ed il papà degli altri suoi due figli non si sa dove sia; suo padre invece la sorveglia e la tallona di continuo, porgendole insistentemente medicine da mandar giù assieme al malessere di vivere.
Interno familiare che puzza di verità agghiaccianti fin da principio perchè se la violenza è, per buona parte del film, occultata ai nostri occhi, i suoi segni nascosti diventano ad ogni fotogramma sempre più visibili ed inequivocabili.
Molto rigoroso, ordinato e crudelmente composto, il greco Avranas ci mostrerà ogni cosa nei suoi dettagli senza alcuno sconto e senza lasciare nulla alla nostra immaginazione. Se questo sia un bene o una “riduzione per eccesso” dell'efficacia del racconto cinematografico è una questione che non da oggi divide platea e critica; non sembra comunque esser questo il caso di una mera pornografia compiaciuta e fine a se stessa.

Voto ** 6½

THE ARMSTRONG LIE di Alex Gibney
Versione Originale Inglese (122 min.)
Sala Grande – 02 settembre 2013 – Ore 09.00



Lance Armstrong: un osso duro anche per un abile documentarista come Alex Gibney, spesso capace di rivelare verità nascoste attraverso i suoi lavori.
Partito con l'intenzione di realizzare un film per celebrare positivamente il rientro del campione (?) Americano al Tour de France del 2009, il suo lungometraggio si trasformerà gioco-forza nel resoconto lunghissimo di una storia di doping e di potere.
E' più importante l'etica o la vittoria? E' più corretto cercare di distruggere il sistema o è facile comprendere coloro che hanno scelto di farne parte?
Il tifoso ai bordi della strada vorrebbe solo “disperatamente credere” ciecamente nei suoi eroi.
Gibney da un'altra picconata alle sue ed alle nostre illusioni con contributi peculiari e preziosissimi: informazioni, vecchie e nuove, semplicemente proposte nella loro agghiacciante moltitudine e sequenza d'insieme; alcuni primi piani di Armstrong specchiandoci nei quali meglio che altrove possiamo provare ad individuare la menzogna o la verità, cercando direttamente nei suoi occhi; il controcampo in casa del Dottor “doping” Michele Ferrari, ripreso in poltrona, cronometro alla mano, durante una tappa del Tour 2009.
Le emozioni si trasformano in veleno e subito rimpiangiamo le belle bugie anche se non siamo del tutto convinti che fossero davvero meglio di questa brutta verità.

Voto *** 7½

AT BERKELEY di Frederick Wiseman
Versione Originale Inglese (244 min.)
Sala Perla – 02 settembre 2013 – Ore 14.30



L'Università di Berkeley: una scuola pubblica di primissimo piano nazionale ed internazionale, nata da una idea di diversità e dal sogno che l'istruzione potesse esser accessibile a tutti. Ispirata ad Harvard e Yale ma in competizione con queste, con delle prassi di gestione ed una filosofia dell'insegnamento differenti.
Studiare il mondo anzitutto per conoscerlo o solo per guadagnare poi con quanto si è appreso?
Un documentario di quattro ore del maestro ottantatreenne Wiseman per darci conto dello stato dell'arte di questa imponente istituzione, un polo pubblico di formazione culturale unico e tra i migliori al mondo, che di recente ha raggiunto tra gli iscritti il più alto numero di studenti con basso reddito; nonostante ciò, per le difficili contingenze economiche, corre il rischio di diventare presto solo un “marchio” e sempre meno accessibile.
L'approccio di Wiseman è schierato ma decisamente onesto: davanti al suo obiettivo scorrono riunioni pubbliche e private, discussioni e dibattiti; tante piccole lezioni di scienza, di vita e saggezza, lunghi dialoghi o monologhi inframezzati da scene di svago, di lavoro manuale e meccanico, poi anche immagini di sport e relax, intermezzi inseriti forse non solo allo scopo di spezzare il ritmo incessante della parola ma anche per sottolineare la continuità, il valore e l'unione di tutte le differenti fasi della vita.

Voto **** 8

THE ZERO THEOREM di Terry Gilliam
Versione Originale Inglese (107 min.)
PalaBiennale – 02 settembre 2013 – Ore 20.15



In un mondo apocalitticamene devastato da caos e pubblicità, in una chiesa divenuta una casa Qohen Leth (Cristoph Waltz) svolge il suo mestiere di programmatore, quotidianamente preda dello stress e della solitudine e nell'attesa (forse infinita) di “una chiamata” che doni uno scopo alla sua vita. Nel mentre tenta di risolvere un teorema indimostrabile che fughi ogni dubbio sul (non)senso della vita ed inganna il tempo con sedute di “interfacing tantrico biotelemetrico”.
Gilliam come suo solito mischia e colora gli elementi, trasforma persino la logica e la matematica in fantastiche visioni e rende visibili agli occhi complicati software, dandogli forma di graziose ampolle colorate; non arretra mai di un millimetro dal suo percorso sognante ed anzi “elabora nuovo nutrimento” per la sua fame visionaria.
Tra riverberi di “Brazil” e qualche conclusione troppo prevedibile la giostra stavolta funziona fino alla fine e quel che vediamo accadere tutt'intorno – vestito di differenti colori - è niente altro che la vita!
Una ventata genuina di fantasia e buoni sentimenti.

Voto *** 7

TOM A LA FERME di Xavier Dolan
Versione Originale Francese (95 min.)
PalaBiennale – 02 settembre 2013 – Ore 22.00



Tom ha perduto il suo amore e con esso la direzione e la bussola del cuore.
Forse, inconsciamente, è già consapevole di non aver altra scelta se non quella di provare a sostituire chi non c'è più.
Xavier Dolan (anche protagonista del suo lungometraggio) sa bene come spiegare e mostrare l'istinto e la brutalità dei sentimenti e delle passioni, i caratteri aggressivi o remissivi delle persone e tutto quel che si agita nelle viscere o nel cuore.
Il suo è un cinema elegantemente costruito e con abile maestria “sporcato” quel tanto che basta per librarsi tra stile e credibilità.
Tratta dalla pièce omonima di Michel Marc Bouchard la pellicola nel suo complesso è in grado di lacerare e sorprendere, tagliente come le foglie di mais nei campi d'ottobre, come tanti piccoli coltelli che segnano e feriscono chi prova ad avventurarsi in quelle fitte distese e Dolan ce lo mostra con esattezza.

Voto *** 7½

MOEBIUS di Kim Ki-duk
Versione Originale Coreano (90 min.)
Sala Grande – 03 settembre 2013 – Ore 09.00



Dei nostri atti e delle loro conseguenze: viaggio attraverso una geografia - al cinema solo parzialmente esplorata - delle nostre emozioni, sentimenti e percezioni, passando per differenti livelli di dolore e di piacere, di perdono ed espiazione, tra “estasi inquiete” e persino atti incestuosi che guardano al divino.
Kim Ki-duk è un regista al quale piace oltrepassare le frontiere con semplicità e senza paura, avanzando con ardore verso il limite, là dove si scorge il confine con l'insostenibile.
Eppure il suo “Moebius”, nonostante ciò, è intriso di una dilagante ed umana poesia che non l'abbandona mai, forte di una intensità resa senza l'ausilio di nessuna parola e solo attraverso situazioni e contrasti ad ogni passo più rischiose per la “comunicazione visiva convenzionale”.
Nessuna paura però del ridicolo, perchè la bravura nel far prorompere le emozioni e le verità da situazioni ripugnanti o singolari è eccelsa e gli argomenti cinematografici del regista Coreano – in conclusione ci sembra di poterlo affermare per manifesta evidenza – decisamente più eleganti, “spietati” e granitici.
Imperdibile!

Voto **** 8½

RUIN di Michael Cody e Amiel Courtin-Wilson
Versione Originale Khmer/Inglese (90 min.)
Sala Grande – 03 settembre 2013 – Ore 11.30


Corpi violati, corpi martoriati. Sogni sporcati e realtà sfigurate.
Cambogia: un uomo ed una donna in fuga da un presente pericoloso, duro e avvilente riscoprono la tenerezza dei gesti e degli sguardi prima ancora dell'amore; lentamente fanno riaffiorare la loro dignità dalla melma di abusi e prevaricazioni che l'avevano stracciata e calpestata.
“Ruin” filma con libertà più che apprezzabile la caduta rovinosa di due esseri umani che gradualmente torna a farsi cammino e poi volo; ci regala occhi intensi in primissimo piano capaci di fagocitarci, altre volte indugia forse troppo compiaciuto nella sua ricerca estetica.
Però Cody e Courtin-Wilson sanno bene come rintracciare la purezza confusa negli atti di violenza, come estrarre dalle sofferenze della carne tutto quanto è invece molto più vicino all'anima.

Voto *** 7

UNDER THE SKIN di Jonathan Glazer
Versione Originale Inglese (107 min.)
PalaBiennale – 03 settembre 2013 – Ore 20.00



Entità aliene si aggirano per il pianeta terra cercando di rapire gli umani e ridurne le carni in forme di cibo o di energia.
Molti maschietti cadono tra le braccia di uno/una di loro che ha preso le sembianze suadenti di una Scarlett Johansson dallo sguardo vitreo, sovrastato da un caschetto nero nuovo di zecca.
Dopo oltre un'ora di meccaniche azioni/ripetizioni ecco che però le emozioni fanno breccia ed anche a chi è giunto dallo spazio vien voglia di piangere, di assaggiare un dolce e persino di provare a gettarsi tra le braccia amorose di un compagno gentile che si occupi del suo corpo (attenzione agli imprevisti!...) e dei suoi sentimenti.
Certo, lo sapevamo: nonostante tutto l'umanità ha il suo fascino ed è capace di conquistare persino differenti forme di vita ed intelligenza.
Non altrettanto riescono a fare Glazer ed il suo cast con gli annoiatissimi e stremati spettatori, assopiti tra le sbiadite invenzioni narrative e le poco “sorprendenti sorprese”, elergite peraltro col bilancino.

Voto * 5

ANA ARABIA di Amos Gitai
Versione Originale Ebraico/Arabo (84 min.)
PalaBiennale – 03 settembre 2013 – Ore 22.00



Esiste, tra Jaffa e Bat Yam, un quartiere tollerante ed ospitale dove possono convivere persone con storie e culture differenti, dove puo' trovar pace l'eterno conflitto Arabo/Israeliano.
Ispirandosi alla vicenda vera di una donna ebrea sopravvissuta ad Auschwitz - e poi una volta tornata sposatasi con un arabo - Gitai immagina la protagonista del suo film (Yuval Scharf, l'attrice che interpreta Yael, una giornalista Ebrea) fare visita ai parenti ed amici di questa per raccoglierne i ricordi e conoscerne la storia.
Per realizzare il suo lavoro e mostrare quanto accade utilizza un solo ininterrotto piano sequenza, pare per simboleggiare ancor di più l'unione di due mondi e due culture, sottolineandola con l'assenza di stacchi di montaggio tra le diverse storie.
Il risultato estetico è minimalista, i dialoghi simbolici; la prova degli attori è buona ma non sembra regalare acuti particolari e quindi lascia la parola a soverchiare in abbondanza tutto il resto, spesso perduta con se stessa ed incapace di aggregarsi alle immagini facendosi cinema.
Forse da rivedere e scandagliare con maggiore attenzione, per rinvenire qualche perla sottovalutata o sfuggita tra le molte parole; non sembra comunque esser una delle pellicole più riuscite di Gitai.

Voto ** 6

UKRAINA NE BORDEL (Ukraine is not a Brothel) di Kitty Green
Versione Originale Ucraino/Russo (78 min.)
Sala Grande – 04 settembre 2013 – Ore 09.30



“Se il mondo vede l'Ucraina come un bordello dove trovare le puttane che veda allora donne nude che non si vendono!”
Questa l'affermazione di una delle “Femen”, un movimento di emancipazione delle donne in una nazione dove la stragrande maggioranza delle ragazze ignora il significato della parola femminismo.
Il loro movimento è una realtà contraddittoria, che unisce il marketing alla cultura delle donazioni (queste ultime operate soprattutto da parte di uomini, perchè il denaro del mondo perlopiù è nelle loro mani), l'esibizionismo e la nudità del corpo utilizzate come provocazione e non come offerta, le sfrenate azioni dimostrative unite alla passione civile.
Il documento di Kitty Green (che con loro ha condiviso per qualche tempo rischi e diverse irruzioni/manifestazioni, ovvero gli scontri fisici e le loro conseguenze) cerca di coglier gli aspetti differenti e talvolta paradossali, compreso quello dalla matrice clamorosamene patriarcale del loro fondatore e mentore Viktor, portatore però di un innegabile contributo di qualità e creatività, assieme ai suoi influssi positivi e negativi.
Occhio alle immagini: il dettaglio fondamentale non è lo smalto fluorescente sulle unghie dei piedi ma il livido sul ginocchio!
Ogni volta che organizzano “un evento” le “Femen” mettono in gioco la propria vita e la propria libertà, usando il corpo frontalmente, correndo il rischio di finire in prigione e subire percosse, come è accaduto ad esempio durante l'incursione nella Bielorussia dalle derive totalitarie di Alexsander Lukashenko (toccanti le testimonianze delle protagoniste sulla vicenda).
Davvero qualcuno potrebbe ipotizzare che si tratti solamente di piacevoli esibizioni e niente altro? Traete pure le vostre personali conclusioni!

Voto *** 7

LA VIDA DESPUES di David Pablos
Versione Originale Spagnolo (90 min.)
Sala Grande – 04 settembre 2013 – Ore 11.30



Rodrigo e Samuel: caratteri diversi fin dalla più tenera età.
Due fratelli che crescono assieme allevati da una madre vittima di continue crisi depressive, incapace di elaborare definitivamente il lutto conseguente al suicidio del padre (gesto del quale non conosceremo il motivo).
Quando questa scomparirà (si allontanerà), inviando loro solo un pacco accompagnato da una richiesta di perdono, Rodrigo e Samuel, con i loro differenti tumulti interiori e stati d'animo, partiranno assieme sulle strade del Messico per cercarla
“La vida despues” è una riflessione sui rapporti di sangue e della carne, sulle emozioni, sull'affetto e la differente maniera di rapportarsi con gli avvenimenti che, inevitabilmente, interferiscono con la nostra maturazione, con il procedere della nostra esistenza nonché sull'ereditarietà di alcune determinanti sfumature, alle quali non è possibile fare alcuna vera opposizione.
Psicologie vivide anche se appena accennate, dettagli salienti in penombra: nessuna risposta definitiva nel film di Pablos ma un bellissimo modo di gettare lo sguardo altrove e di proporcelo in forma di cinema.

Voto *** 7

PINE RIDGE di Anna Eborn
Versione Originale Inglese/lakota (77 min.)
Sala Grande – 05 settembre 2013 – Ore 09.30



A Pine Ridge la vita è dura: la riserva indiana del Sud Dakota di fatto è un ghetto.
Questo è il posto che i bianchi hanno lasciato ai nativi “Oglala Lakota”, una terra concessa come una sorta di elemosina, che loro abitano pacificamente.
La loro cultura è stata irrimediabilmente inquinata dagli invasori e lo si vede osservando i vestiti che indossano o ascoltando la loro lingua meticciata: quel che questo popolo poteva essere è nient'altro che un insieme di segni sparuti che si scorgono oramai solo in controluce.
La regista Anna Eborn ci mostra gli sguardi di alcuni di loro, i dettagli dei loro bellissimi profili: nasi scolpiti che paiono le ripide discese di un canyon, le code di capelli intrecciati sopra i quali le gocce d'acqua prima danzano e poi si tuffano come da una altissima cascata.
La Eborn passa da un protagonista ad un altro, come l'ape si posa di pistillo in pistillo, usando spesso asincronicamente la voce fuori campo di coloro che inquadra in primo piano e così facendo riducendo la distanza tra documentario e cinema, tra testimonianza e vivida emozione, diventando cercatrice di bellezze in estinzione, raccontando le storie di chi i sogni li aveva ed erano in grado di salire fino al cielo ed invece oggi afferma di non averne più.

Voto *** 7½

BAUYR (Little brother) di Seric Aprymov
Versione Originale Kazako (95 min.)
Sala Grande – 05 settembre 2013 – Ore 11.30



Yerkin Galym è un piccolo bambino che abita a Bulak, in Kazakistan.
Gli adulti lo umiliano in differenti maniere: talvolta in modo esplicito, altre volte meno platealmente, ma sempre prevaricandolo, abusando della loro età, ruolo o professione.
Molti dei coetanei di Yerkin non vivono le sue stesse difficoltà e per questo gli sono distanti: non comprendono le ardue complicazioni del suo quotidiano, dove evitare il furto di una pecora è un'impresa ed incassare i pochi crediti derivanti dalla vendita dei mattoni (indispensabili per sostenersi) spesso un compito impossibile.
Tutti vogliono dargli lezioni che la vita gli ha già impartito (e lui ha peraltro già ben compreso ed assorbito); poi gli scaricano addosso persino le responsabilità più pesanti, delle quali non voglio farsi carico.
La mamma è morta e papà è “in missione di lavoro” così Yerkin aspetta con palpabile trepidazione suo fratello - che studia in città - per offrirgli un pomeriggio al cinema (l'ingresso gli costerà ben sei biglietti!): l'autobus con il quale arriverà è tutto l'orizzonte che gli offre una vita che si è già presa tutta la sua innocenza, lasciandogli sulla pelle piccole e grandi ferite, oltre a pochissime speranze.
Aprymov riesce a raccontarci tutta questa desolazione con schietta disinvoltura, miscelando l'aridità di luoghi e situazioni ad una tenerezza a render la quale il volto e la recitazione del piccolo protagonista (Almat Galym) contribuiscono in maniera a dir poco determinante, raggiungendo un risultato d'insieme davvero ammirevole.
Sembra solo la vita e basta ma è davvero molto, ma molto di più!

Voto **** 8½

JIAOYOU (Stray Dogs) di Tsai Ming Liang
Versione Originale Cinese (138 min.)
Sala Grande – 05 settembre 2013 – Ore 14.00



“Esseri umani”: uomini e bambini come “Cani randagi”, confusi tra il traffico e la frenesia cittadina o smarriti negli ipermercati, moderne giungle straboccanti di merci e carrelli.
Per condurci ad un livello empatico con la loro misera condizione Ming Liang comincia proponendoci larghi campi fissi nei quali cercare ed indagare i segni di irrimediabili torti e le lacerazioni di un assurdo presente.
Poi stringe sempre di più sui dettagli: un uomo che urina tra le foglie di un canneto oppure un dipinto che copre tutto lo spazio di un muro, situato in un contesto di rovine ed abbandono.
Su ogni immagine, quadro o scena si sofferma, indugiandovi per tempi dilatati ed estenuanti, fino addirittura poi a “fermare” letteralmente il suo film per oltre un quarto d'ora su un primo piano denso di sguardi, lacrime e sospiri di fronte al quale porci le nostre domande, mentre questo lentamente ci risucchia al suo interno.
Di una estetica niente affatto manierata ma che anzi sa bene dove vuole arrivare e nulla toglie a quel che vuole mostrare, “Stray dogs” è portatore di diversi tempi di lentezza e di riflessione che il suo regista – dichiaratamente – ritiene debbano esser recuperati anche nella “forma cinema”.
Per nulla accomodante nei confronti dello spettatore e pretendendo da questo una partecipazione che, se concessa, porterà ogni singolo individuo oltre il confine della sola proposta visiva, Ming Liang sposta coraggiosamente più in alto l'asticella e porta avanti “tutto il cinema”, certo rischiando di opprimere qualcuno e tediando i meno pazienti, camminando tra realtà disasatrate ma anche concedendosi elegantissimi e poetici slanci onirici, senza negare pietà e desolazione allo sguardo ma nemmeno infine un tiepido raggio di sole.
Magnifico cinema senza compromessi, che dal presente traghetta verso il futuro.

Voto ***** 9

DONNE NEL MITO: ANNA MAGNANI A HOLLYWOOD di Marco Spagnoli
Versione Originale Italiano (39 min.)
Sala Perla 2 – 05 settembre 2013 – Ore 17.30



Breve ricordo/omaggio di quaranta minuti dedicato ad Anna Magnani.
Partendo dal suo arrivo in America nel 1953 si spazierà tra ricordi e testimonianze come quelle di suo figlio Luca e di altri che l'hanno accompagnata e conosciuta (la sua biografa ufficiale Matilde Hockhofler, il press-agent Enrico Lucherini o Caterina D'amico, figlia della famosissima sceneggiatrice Susanna Cecchi), rinverdendone il personaggio e la figura umana, strettamente legata a quella dell'artista.
La vittoria di un Oscar clamoroso ed inaspettato e le serate a casa sua, in Via degli Astalli, per seguire le finali canore di Sanremo assieme ad ospiti come Alberto Sordi, Federico Fellini e personaggi di spicco della cultura e della politica, dando vita a cenacoli rari ed oramai irripetibili.
L'amicizia con Bette Davis, l'incontro artistico e la passione a distanza con Tenessee Williams, il suo amore per i gatti, le difficoltà con l'inglese ed il teatro, le rinunce per non lasciare Roma ed i suoi radicati affetti.

Voto ** 6

DOUBLE PLAY: JAMES BENNING AND RICHARD LINKLATER di Gabe Klinger
Versione Originale Inglese (70 min.)
Sala Perla 2 – 05 settembre 2013 – Ore 18.20



Benning e Linklater: due figure di primo piano nel mondo del cinema destinate ad esser relegate per sempre nel limbo di uno “splendore oscuro”, perchè sperimentatori, precorritori coraggiosi, esploratori capaci di avventurarsi con caparbietà e tenacia dove altri non vorranno mai metter piede (come ad esempio da altri versanti il Matthew Barney di “Cremaster”).
Gente capace di lanciare una macchina da presa agganciata ad una canna da pesca e poi lasciarla girare, cineasti pronti a rivoluzionare ed a discutere il concetto stesso di tempo, che questo scorra davanti all'obiettivo oppure altrove.
Benning parla con pacatezza ma visibilmente contrariato dell'avvento del “cinema narrativo” e si lamenta non poco delle sue “manipolazioni”. E' un tipo capace di tornare ventisette anni dopo nel luogo dove aveva filmato una donna con una bambina e riportare i suoi protagonisti sullo stesso set, riprendendo però ora una ragazza che cammina a fianco di una donna anziana.
Linguaggi di comunicazione nuovi, performance, tracce, folgorazioni solo apparentemente assurde: come l'esperienza di leggere (o ascoltare) le pagine del “Finnegans Wake” di Joyce, non come fosse un libro ma togliendo qualche lettera “di troppo” alle parole del testo e lasciando successivamente “suonare la sua musica”!
Linklater divora pellicole, Benning non si entusiasma a vederle e non si definirebbe un cinefilo.
Contraddizioni? Semmai ricchezze della diversità e di un lungo vagare tra pensieri e riflessioni, esperienze virtuali e materiali.
Quello di Gabe Klinger è un incontro sul grande schermo che “tutto il nostro apparato sensoriale” dovrebbe aver la premura di non lasciarsi sfuggire!

Voto *** 7½

MAHI VA GORBEH (Fish and Cat) di Shahram Mori
Versione Originale Farsi (134 min.)
Sala Grande – 06 settembre 2013 – Ore 11.15



La vera folgorazione cinematografica a Venezia arriva dall'Iran: si tratta del lungometraggio “Mahi va gorbeh” del giovane Shaharam Mori, girato con un lunghissimo piano sequenza “ad orologeria” che genialmente utilizza un bosco come fosse un gigantesco set dove muoversi in lungo ed in largo, disseminandoci dentro strani personaggi che si muovono in una specie di teatro dell'assurdo, tra avvenimenti singolari che di tanto in tanto paiono collegarsi tra loro misti a piccole tensioni, curiosi dialoghi e tracce di incomunicabilità.
Il registro oscilla tra il thriller e la commedia nera, con tinte di giallo e venature di horror anche se a farla da padrone ed a creare interesse sono semplicemente le suggestioni che di volta in volta “esalano” da inquadrature e suggerimenti della recitazione.
Tutto ha contorni poco chiari ed indefiniti, talvolta irreali ed a tratti surreali; le cose si ripetono ma non vanno sempre nella stessa direzione, il confine tra il bene ed il male è poco riconoscibile.
Ora siamo in un sogno/(reale!), ora in un incubo che divene una lunga e sorprendente metafora.
In questo claustrofobico dedalo le percezioni del tempo e dello spazio sono alterate e si fanno incontri come si scorgono all'orizzonte presagi misteriosi.
Mori sa come creare tensione anche solo con stratagemmi elementari, come un semplice telo nero lanciato verso l'obiettivo.
Dal suo labirinto si uscirà senza aver ricevuto in cambio nessuna risposta chiara e definitiva e senza aver potuto comprendere ogni allusione, sia essa politica o di altro tipo: ma non è solo un esercizio di stile, perchè le sensazioni ci rimangono addosso e immagini e pensieri continuano ad agitarsi a lungo ben oltre la proiezione.
La vera rivelazione della 70^ Mostra di Venezia!

Voto **** 8½

ORIZZONTI/CORTI
Sala Perla – 06 settembre 2013 – Ore 14.30

KUSH di Shubhashish Bhutiani
Versione Originale Hindi (20 min.)



Il 31 ottobre del 1984, Indira Gandhi muore in seguito all'attentato messo in opera da due guardie del corpo di etnia Sikh: successivamente, per rappresaglia, ne saranno uccisi circa quattromila! A fronte di questa immane strage solo trenta furono le condanne comminate ai colpevoli.
“Kush” di Shubhashish Bhutiani narra (e dedica) di un episodio che vide una maestra riuscire a proteggere un bambino affidatole, salvandogli la vita.
La pellicola riesce a metter in luce tanto l'inutile discordia delle religioni terrene (forse partorite dalla mente del diavolo?) quanto la spontanea saggezza ed il genuino acume dei più piccoli, soprattutto quando messi a confronto con la stolta e cieca ferocia degli adulti.

Voto ** 6½

COLD SNAP di Leo Woodhead
Versione Originale Inglese (11 min.)



Una breve e secca rasoiata il cortometraggio di Woodhead.
Un lancinante atto d'amore o di pietà, vero o forse solamente sognato.
Un occhio puntato su quel territorio degli esseri umani, siano essi adulti o bambini, dove questi finiscono in trappola come animali (opossum), vinti dal loro stesso destino che fa corto circuito con il male di vivere, precludendogli ogni via di fuga.

Voto *** 7

SISHUI (Stagnant Water) di Wang Xiaowei
Versione Originale Cinese (17 min.)



Fuori dal traffico cittadino si possono fare strani e misteriosi incontri.
Ogni cosa è legata da un unico indissolubile filo e, mentre dall'acqua affiorano strani segni, il mondo sopra, sotto e dentro di noi continua ad agitarsi, vivo.
Come si conviene ad un artista - che sia esso un pittore sulla riva dell'acqua o un cineasta - Xiaowei vuole rendere fruibile ai nostri occhi un piccolo tassello di visioni e sottintesi, dare al mistero (o alla fede) forma ed immagine.
Apprezzabile, ma si digerisce presto senza lasciar traccia.

Voto ** 5½

MINESH di Shalin Sirkar
Versione Originale Senza Dialoghi (12 min.)



Interno/esterno nero familiare.
Il piccolo Minesh convive con la violenza tra le mura di casa e non può far altro che allontanarsene, per quanto più tempo gli è possibile.
Anche solo osservare le formiche ai suoi piedi è un piccolo momento di riconciliazione con la vita e la natura.
Poi ecco i ragazzi in strada, con i quali annusare colla ed altri odori forti per evadere da una realtà opprimente, lasciando che i cattivi pensieri abitino solo il suo mondo onirico.

Voto ** 6

TOUTES LES BELLES CHOSES di Cecile Bicler
Versione Originale Francese (17 min.)


Schermaglie post matrimoniali tra donne: stupidi scherzi, vecchi e nuovi rancori; piccole ginocchiate allo stomaco e feroci stilettate, finti sorrisi e ribaltamenti di fronte.
In fondo, a chi fanno male le protagoniste se non a loro stesse?
Scaramucce tra conoscenti di vecchia data con schizzi di veleno.
Molto femminile, tra rimpianti ed invidie.
Ah, quanto è bella l'amicizia!

Voto ** 6½

QUELLO CHE RESTA di Valeria Allievi
Versione Originale Italiano (20 min.)



Due uomini si muovono in ambienti vecchi ed abbandonati, custoditi nelle viscere della terra.
Sono gli ultimi manutentori de “La Colonna”, il vecchio sito minerario di magnetite che si trova a Cogne in Valle d'Aosta, paese divenuto oramai una nota località turistica: a partire dall'inizio del secolo scorso arrivò ad ospitare fino a 400 persone, poi nel 1979 è stato dismesso.
In quel luogo, che in passato ha dato pasti e lavoro alle famiglie assai più della rigogliosa natura che prospera tutt'intorno, gli operai non solo lavoravano ma avevano anche le proprie abitazioni.
Una dedica affettuosa, un modo per perpetuare il ricordo non privo di una venatura di rimpianto, per un mondo certamente duro che comunque ha contribuito a condurci fino al nostro presente.
Un omaggio all'identità di una comunità che presto diverrà archeologia industriale, niente altro che memoria; una visita alla storia del nostro Paese, come la si farebbe ad un vecchio amico.

Voto *** 7

ANINGAAQ di Jonas Cuaron
Versione Originale Groenlandese/Inglese (7 min.)



Dallo spazio alla Groenlandia giunge una voce in cerca di aiuto.
Tra il nero invisibile dello spazio ed il bianco candore di ghiaccio e neve c'è la stessa distanza delle lingue differenti che faticano a comprendersi, lo stesso contrasto che offrono la vita e la morte poste l'una di fianco all'altra.
Un surreale “Mayday” di sette minuti tra fantasia, ironia ed una punta di riflessione: il (non)senso, ovviamente, è sopra le nostre teste, molto più in alto delle nuvole del cielo.

Voto *** 7

VENEZIA 70 – FUTURE RELOADED
70 Cortometraggi per i 70 anni della Mostra (120 min.)
Sala Volpi – 06 settembre 2013 – Ore 16.45



Per i settanta anni della Mostra di Venezia sono stati commissionati 70 Cortometraggi ad altrettanti registi famosi che hanno inviato/portato in laguna il loro contributo “(di riflessione) sul (futuro del) cinema”, contenendo il loro lavoro tra i sessanta ed i novanta secondi: CineArte a ritmo di Spot!
Il presidente Bernardo Bertolucci è autobiografico.
Catherine Breillat è autoironica!
Atom Egoyan sa quando è il momento di separarsi da qualcosa e così decide di darcene conto.
Aleksej German Jr. immagina i nostri sogni di domani con sottotitoli mentre Kim Ki-duk ci presenta una vecchia signora: sua madre!
Pablo Larrain surfa sulle onde del mare: irriconoscibile!
Guido Lombardi è il più divertente ed il suo corto è allegro e....”Senza Fine”!
Con Hong SangSoo le possibilità “cinquanta&cinquanta” si sommano anziché dividersi mentre Abbas Kiarostami non è mai stato così lieve e sembra fare il verso a Buster Keaton.
Franco Maresco invia la sua solita cartolina d'auguri cinica ma divertente, Brillante Mendoza urla ma non troppo contro chi gli ha rubato la macchina da presa.
Per Jasmin Lopez c'è un lungo bacio al femminile: come dire l'amore e basta!
“Perchè non sono rimasto in bianco e nero se avevo già il colore, perchè non sono rimasto muto se avevo già la parola?” Conservatore ed antinarrativo Samuel Maoz celebra la morte del cinema non senza una irriverente ironia: “The End” (No Happy!).
Geniale, sintetica e potente la “Potemkin reloaded” di Shirin Neshat, forse la migliore del gruppo.
Il nostro Michele Placido sciupa il suo tempo in un mare di inutili concetti stantii e verbosi: il peggiore!
Edgar Reitz manda Franz Kafka a commuoversi in sala, Paul Schrader sciorina una acuta e velocissima riflessione su “contenuto e forma”; Todd Solondz invece varia il suo stile ma mantiene - colorandolo di una differente creatività – l'abituale cinismo, precipitandolo in un ipotetico “3013 cinese”.
Pioggia come mare sul vetro dell'automobile per Apitchatpong Weeresethakul.
Chiude Krzysztof Zanussi ed il suo “L'anno del sole quieto”.

Voto ** 6½

ES-STOUH (Les Terrasses) di Merzak Allouache
Versione Originale Arabo (91 min.)
PalaBiennale – 06 settembre 2013 – Ore 20.00



Cinque storie diverse scorrono davanti ai nostri occhi in parallelo.
La vita si affaccia sulle terrazze di Algeri scandita dalle preghiere del muezzin che dal buio dell'alba la condurranno fin oltre le luci del tramonto.
Storie di miseria, quotidianità e malavita intrecciano - senza incontrarsi - il passato ed il presente di una Nazione: due fratelli sono così vicini eppure così distanti; due ragazze - da palazzi diversi posti uno di fronte all'altro - si scambiano vicendevolmente sguardi interrogativi, separate da un minaccioso abisso; un vecchio partigiano voleva cambiare la storia ma forse questa ha avuto la meglio su di lui e adesso è “lo Jihad” il nuovo protagonista in Patria; un vecchio commissario in pensione arriva al momento giusto per dispensare buoni consigli ad una mamma ed alla sua sventurata prole; infine, in un altro luogo ancora, si festeggerà un matrimonio tra musiche e balli dove prima brulicavano altre storie di umanità disgraziata e solitaria.
Dalle terrazze, teatro di tutte le storie, splendida e abbagliante è sempre visibile la città di Algeri inquadrata dall'alto, che così diviene il naturale e complementare sfondo cinematografico del racconto e le sue “cartoline”, composte di sole, bianco e mare, donano energia luminosa e forza ulteriore all'ottimo lavoro di Merzak Allouache.

Voto *** 7½

CHE STRANO CHIAMARSI FEDERICO – Scola racconta Fellini di Ettore Scola
Versione Originale Italiano (93 min.)
PalaBiennale – 06 settembre 2013 – Ore 22.00


1939: giunto a soli vent'anni dalla piccola Rimini fino a Roma, Federico Fellini bussa alla porta della rivista satirica “Il Marc'Aurelio”, fucina di “giovani atleti” e talenti che saranno quali - tra gli altri – Steno (Stefano Vanzina), Ruggero Maccari, Age (Agenore Incrocci) e (Furio) Scarpelli ed infine lo stesso Ettore Scola che a sedici anni vi giungerà, anch'egli come il suo futuro amico Federico, con i disegni sotto il braccio.
Scorrono sullo schermo le prime esperienze nei teatri con “Faville d'amore” firmato “Mac&Fed” (Maccari&Fellini): al termine i lanci di ortaggi oppure gli applausi, a seconda della serata più o meno fortunata.
Poi il cinema e gli Oscar, ma anche le passeggiate fino a notte tarda caricando in auto qualche “lucciola” intirizzita dal freddo.
Omaggio tra finzione e repertorio – assemblati con discreta originalità - con qualche chicca: i provini di Sordi, Tognazzi e Gassman per “Casanova” oppure l'apparizione di Fellini ne “L'Amore”, nel ruolo di attore assieme ad Anna Magnani e truccato, con evidente imbarazzo, nelle vesti di un improbabile San Giuseppe.
La vita (è)era una festa e l'arte – affermava il maestro - niente altro che un oscuro abitatore del corpo al quale metter a disposizione il nostro lavoro di artigiani.
“Che strano chiamarsi Federico” è un sentito omaggio al grandissimo regista Riminese il cui cognome è diventato suo malgrado un aggettivo (Felliniano), del quale lo stesso diretto interessato faticava a spiegarsi il significato.
La fuga finale di Fellini dallo “Studio 5” di Cinecittà - che fu adibito a camera mortuaria per rendergli l'estremo saluto – come un Pinocchio che scivola via correndo tra i set odierni della Capitale è una intuizione affettuosa e leggera che chiude il film.

Voto ** 6