Lucas (Mads Mikkelsen, la cui interpretazione qui gli è valsa il premio quale miglior attore all’ultimo Festival di Cannes) è una persona tranquilla, con alle spalle ha un matrimonio finito in burrasca; ora sua moglie non vuole più parlargli nemmeno al telefono - e lui non puo’ chiamarla - così il suo più grande desiderio, quello di provare a riprender a casa suo figlio Marcus, è una speranza che viene ogni giorno soffocata da un nuovo rifiuto.
Lucas vive in un piccolo paesino della Danimarca e lavora in un asilo, adorato dai bambini che lo frequentano ed in particolar modo dalla figlia del suo migliore amico Theo (Thomas Bo Larsen); la piccola Klara è un fiorellino che, forse mancando delle necessarie attenzioni da parte dei suoi genitori, cerca affetto con infantile ostinazione dal suo amico adulto – lo stesso Lucas - con cui condivide quotidianamente il suo tempo e dal quale non è disposta ad accettare nessun tipo di rifiuto.
Quando si tende il filo dell’insicurezza basta però un semplice gesto o una parola fuori posto a scatenare piccole ed innocentemente livorose gelosie, che troveranno sfogo di li a poco in affermazioni per nulla chiare, divenendo frasi figlie di fantasie confusamente prese a prestito da altri o di strane situazioni carpite fugacemente dal mondo dei piu’ grandi, pur senza averle affatto comprese per intero.
Senza troppo capire nè domandarsi, dallo sgomento e dalle inesatte e facili congetture, si arriverà in un lampo alle tremende accuse di abuso sessuale che metteranno in discussione a tutto campo il presente ed il futuro di Lucas, facendo traballare paurosamente ogni sua sicurezza e mettendo a repentaglio, assieme alla sua dignità, anche semplicemente il diritto a proseguire la sua vita sugli ordinari binari percorsi fino a ieri (verrà addirittura picchiato e cacciato, quale cliente non gradito, dal supermercato dove abitualmente faceva la spesa).
I bambini non mentono: questo l’assunto principale dal quale discendono tutte le disgrazie a venire. Certo non raccontano menzogne nello stesso modo al quale sono avvezzi gli adulti: sono angeli innocenti, ma dell’innocenza sanno quel poco o niente che la loro troppo giovane età gli consente di conoscere.
Sono i grandi invece che “sanno bene” come concatenare in fretta domande e risposte, arrivando velocemente alla risultante di assurdi teoremi precostituiti: in un attimo coagulano assieme le maldicenze e subito dopo ecco una strisciante e delirante psicosi collettiva che caccia all’angolo il “colpevole prescelto”.
Le falsità e le ipotesi irragionevoli sono come un gas informe che aggredisce la realtà fino ad asfissiarla e di li a poco cristallizzeranno una nuova e difficilmente contestabile verità – non più di una costruzione virtuale che si regge su claudicanti teoremi - resa ancora più terribile da sguardi acuminati e crudeli che puntano dritto addosso sul nemico, occhi che sono gli stessi che sorvegliano i confini dell’incubo che hanno contribuito a creare e che rendono vano ogni tentativo di fuga da una accusa di pedofilia che pesa quanto un macigno.
“Il sospetto” di Thomas Vinterberg e una pellicola cucita addosso al suo protagonista come fosse un vestito che ad ogni minuto che passa stringe piu’ forte in vita, fino quasi a volerne provocare l’arresto respiratorio.
Della piccola comunità di “piccoli uomini, delle ipocrisie e delle fragili amicizie che diventano presto polvere nel momento della verità, coglie molte sfumature e dettagli rilevanti il film del regista Danese ex “Dogme 95”, il manifesto “estetico-cinematografico” che anni addietro catturò l’interesse di molti cineasti ed addetti ai lavori: la Zentropa del suo ispiratore/fondatore Lars Von Trier oggi è ancora protagonista ma solo alla voce produzione.
Mentre il Natale si avvicina e la neve che copre i campanili delle chiese rivela il suo finto candore, una puerile ed involontariamente crudele fantasia , lavorata di bocca in bocca da uomini troppo egoisti (o cattivi...) - esageratamente concentrati sulle loro ragioni o le loro paure per poter maneggiare con destrezza le verità adulterate dei bambini - sarà la scintilla che metterà ad ardere tizzoni d’ inferno: divampa il fuoco che brucerà inesorabilmente un dannato soltanto!
Vinterberg descrive questo breve ma lunghissimo pezzo di strada che volge agli inferi, simile ad un limbo maledetto dove tutto può essere anche se non è mai stato - e dove alla fine ci si può ritrovare ad esser niente altro che nessuno - e lo fa cogliendo l’evolversi dei fatti direttamente dal fronte del “sospettato”, un uomo che scivola in rapida progressione verso il totale abbandono da parte degli altri, per interminabili giorni, trovando qualche conforto solo grazie alla carne della sua carne (il figlio Marcus).
La sparuta società civile del paese nello spazio di un istante apre “la caccia” all’uomo (“Jagten” ovvero “The Hunt” sono rispettivamente il titolo originale e quello per il mercato internazionale); Lucas è braccato come un cervo che fugge, senza speranza alcuna, mentre i colpi di fucile echeggiano nel bosco.
Per un tempo difficile anche solo a trascorrersi e senza una fine certa di questa condizione di “preda o capro espiatorio”, l’unico rifugio possibile potrebbe essere allora, in astratto, un seminterrato che non esiste, lo stesso luogo immaginario che, ennesimo parto di una fervida quanto davvero poco colpevole fantasticheria, ha fatto si che il presunto responsabile finisse inchiodato alla gogna prima ancora che sul banco degli imputati.
Un locale angusto e senza aria sufficiente a “respirare la vita” alla quale però prima o poi ci si dovrà azzardare a tornare, abbandonando ogni inefficace rifugio e tentando di riallacciare i fili con quanto lasciato in sospeso in precedenza, o almeno tentando di dare un nuovo inizio all’esistenza.
Cosa troveremo allora ad aspettarci la fuori?
Il finale di partita, nella sceneggiatura scritta da Vinterberg assieme a Tobias Lindholm, rimane aperto… e nessuno potrà dirci davvero quando verrà abbassato in terra il mirino dell’ultimo fucile che ci è stato puntato contro.
1 commento:
Bello il tuo commento, molto calzante
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