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sabato 7 luglio 2012

LA GUERRA E' DICHIARATA di Valerie Donzelli



L'inizio della storia è musica, baci ed abbracci.
Ed ancora alcool e risate con gli amici, palloncini colorati e lunghe corse in bici.

Ma, come già si riusciva nettamente a presagire dal veloce prologo del film, qualcosa non girerà per il verso giusto e così, molto presto, “Romeo e Juliette”, come nel destino scritto una volta e per sempre dall'eterna penna del “Bardo”, conosceranno la tragedia che gli è consueta e che stavolta si presenterà sotto le sembianze di ostili corridoi d'ospedale ed un tumore nel cervello di un bambino da poco venuto al mondo.

Difatti c’è poco da girarci attorno: “La guerra è dichiarata” è il racconto/resoconto di un dramma pesante, peraltro vero e vissuto in prima persona dalla regista e dagli sceneggiatori della pellicola, ovvero dai protagonisti Valèrie Donzelli e Jèrème Elkaim, che ancora portano addosso i segni di quel che ora tramutano in cinema di bella fattura.

Ma da una traversia di tale entità i due non si sono lasciati spazzar via ed ora per raccontarcela tracciano una linea ben definita da farci seguire, in modo da evitarci possibili fraintendimenti: in forma di cinema “dichiarano” quindi convinti che pure se è vero che l’amore da solo non basta per aggirare gli ostacoli e raggiungere gli obiettivi, altrettanto lo è che l’esistenza è prodiga di speranze ed arrendersi o ingrigire i giorni che scorrono tallonati dal dolore non aiuta né la rende migliore.

Suggella un silenzioso “patto per la vita” il mare blu di Marsiglia che si infrange sulle onde.

Così il film della Donzelli, forte anche della patente di credibilità che possono aver conseguito solo coloro che quel calvario lo hanno camminato per davvero, procede risoluto per addentrarsi lungo il suo tortuoso cammino.

La strada che ci mostra non è certo quella dove poter volare sulle ali di un ottimismo a prescindere, che sarebbe assurdo e fuori luogo, né quella dove tutto viene indiscriminatamente colorato di tinte allegre per sovrastare il buio che avanza.

Semplicemente, nel riportarci gli avvenimenti, viene messa in campo una grande attenzione al non disunire le circostanze: la malattia non viene isolata dalla vita che va avanti, non ci si concentra solo sulla mestizia e sul dramma ma si lasciano aperte le finestre che sconfinano su tutti gli altri numerosi elementi e dettagli significativi del quadro.

Non che intorno la situazione non precipiti: il conto in banca è in rosso, la casa andrà venduta, i giorni sono sfregiati dall'umore nero ed addirittura giungerà poi il tempo dello sconforto, della prostrazione e della separazione ma, non solo per esorcizzare quanto per rendere al meglio il complesso degli avvenimenti, la Donzelli mostra ogni cosa solo connessa con il suo insieme.

Non elide le piccole normali magie che aiutano a restare a galla quando l'esistenza ti scivola via fra le dita: un semplice bacio, piccole battute di spirito e stupidaggini con la persona amata, la figura (importante) di quegli amici che continuano a condividere con te le giornate facendo finta di niente, non con questo volendo ignorare la disgrazia ma così comportandosi cercando di non moltiplicarla, creando ulteriore sconforto e depressione.

Ne viene fuori una pellicola anomala ed anche una lezione buona per tutte le occasioni dove la vita dovesse voltarci le spalle e, sotto il profilo squisitamente narrativo, non soltanto libera, ispirata ed inevitabilmente sincera ma anche per niente intrisa di pietà e lontana da ogni lacrimoso ricatto.

Sul piano prettamente cinematografico la Donzelli lascia ardere il fuoco sacro della sua regia senza tirar le briglie, pescando nella “novelle vague Francese” ma lontana dallo stagnare nei suoi stereotipi; spazia senza remore tra le pareti ampie della sua creatività artistica e della sua dimensione umana, concedendo spazio tanto alle parole cantate che alle musiche di Bach e Vivaldi.

Lascia correr via alcune situazioni al limite o verso toni di una irrituale ilarità per la tematica trattata; monta anche misteriose forme magmatiche che sembrano un piccolo mistero per immagini conficcato giusto tra la morte e la vita: ma sono solo cristalli di zucchero!

Perchè è capitato a noi?” chiede Romeo e la sua Juliette prontamente gli risponde:”Perchè ce la possiamo fare!”

E forse ce la potrebbe fare davvero chiunque, questo è il grande messaggio, purchè affronti con dedizione e coraggiosa consapevolezza ogni cosa, a patto di esser disposto a passare dalla distruzione alla eventuale resurrezione e pur concedendo questo senza aver nessuna sicurezza che gli sforzi profusi saranno premiati.

Si tratta dell’adottare un punto di vista, ovviamente, come i tanti che inevitabilmente siamo costretti a scegliere nella vita e magari, proprio quello proposto stavolta potrebbe esser quello buono per riuscire ad attraversare il tunnel buio della malattia.

Ognuno infatti, al termine della storia, potrà vedere un finale diverso: alcuni un lieto fine, altri una conclusione sofferta e indecifrabile; chi addirittura, di quel sole che splende ancora sulla spiaggia nonostante sia arrivato il tramonto, non sarà capace di veder brillare nemmeno uno dei suoi raggi.

THE AMAZING SPIDER MAN di Marc Webb



Per risvegliare il pubblico italiano dal torpore in cui l’ha precipitato l’afa estiva, Hollywood decide di dare una bella rinfrescata ad uno dei Super Eroi “Marvel” che ne avrebbe forse meno bisogno e tra quelli più refrattari all'invecchiamento: il sempreverde Spider Man.

Via Tobey Maguire ed al suo posto ecco il bel faccino di Andrew Garfield, sempre imbranato e problematico ma nelle intenzioni forse considerato maggiormente in grado di fare presa su un pubblico adolescenziale e così anche Emma Stone (Gwen) in luogo di Kirsten Dust (May Jane): sarebbe sembrato un volto davvero ultra-depressivo il suo dopo le recenti avventure “Melancholico-Danesi”.

In cabina di regia Marc Webb, quello del carino e ben riuscito “500 giorni insieme”, classe 1974 e qui al suo secondo lungometraggio.

Al restyling non sfuggono nemmeno le origini del nostro arrampicamuri, che viene sempre punto da un ragno radioattivo ma in circostanze differenti, così come si ritrova sempre affidato alle cure della zia May (per l’occasione molto ringiovanita!) e dello zio Ben, il quale morirà in frangenti diversi anche se simili a quelli già conosciuti; la vendetta però stavolta è un piatto freddo non solo per modo di dire e verrà consumata, con tutta probabilità, nei prossimi sequel.

Altra novità: Peter Parker oltre ad esser un provetto fotografo stavolta se la cava piuttosto bene con strani “algoritmi del tasso di decadimento”; inoltre l’Uomo Ragno parla al cellulare ed è visibile anche via internet (forse su YouTube), ma chissà perché la sua macchina fotografica è un modello antidiluviano anziché una modernissima digitale.

Il nemico di turno è il dottor Curtis Connors ovvero “Lizard” (Rhys Ifans), vecchio amico e collega di Richard Parker, padre di Peter: frustrato e mutilato, perde il senno invidiando i topini bianchi che gli fanno da cavia e corre dietro a balzani sogni di uomini perfetti e senza debolezze, bramando nel contempo di poter far ricrescere un giorno il suo braccio amputato.

Il “nuovo inizio” cinematografico dell’ “Amazing Spider Man” rischia di scontentare molti: i cultori della saga o del divertimento sul grande schermo per il suo scarso apporto di spettacolo e novità quanto quelli del pubblico che, se può fare a meno dei grandi “fuochi d'artificio”, è invece un pochino più esigente nei confronti dello script e della sua messa in scena, per non parlare poi di tutti quelli che dogmaticamente ancorati alle pagine del fumetto vedranno sconvolti i loro capisaldi ed urleranno al sacrilegio.

Ma effettivamente, chi si dovrebbe giovare davvero tutto questo ricominciare, cambiare ed aggiornare una storia ed un personaggio che, perlomeno in questa maniera, non ne aveva nessun vero bisogno?

Davvero vedere Peter Parker sullo skateboard, che fa canestri spettacolari o si allena come “vigilante in embrione”, appeso alle catene prima di inventare la sua ragnatela, aggiunge qualcosa? Dovrebbe solleticarci il fatto che, franato da un tetto sopra il ring di una palestra, prenda ispirazione per il suo costume da “El cruzado de la noche”?.

Oppure dovremmo applaudire alla “novità” circa l'attenzione dedicata a quel vago sentimento, misto a solidarietà e riconoscenza, che porterà la gente comune a partecipare attivamente contro la minaccia che incombe su tutta la città a causa del terribile dispositivo “Ganali”?

Un punto a favore però il film di Webb lo mette a segno nel confronto con i precedenti e bisogna ammettere che il “sense of humor” dell’ arrampicamuri durante i combattimenti a tratti è decisamente somigliante a quello che trovavamo nelle prime strisce di Stan Lee (piccolo cameo e “benedizione ufficiale alla pellicola” per lui in biblioteca, cuffie e musica nelle orecchie mentre tutto gli crolla intorno) ed è assolutamente calzante che se ne stia appeso a giocare con il cellulare prima di affrontare il “lucertolone” che, nel mentre, ha trasferito il suo laboratorio nelle fogne.

Molto in questo film odora di operazione commerciale e si predispone, con fin troppa furbizia ed anticipo, ad accogliere le puntate che verranno; l’Uomo Ragno, e soprattutto il suo “logo”, sono buoni per dipingere un murales oppure per creare il mito di un personaggio alla moda il cui “marchio” è adattissimo ad una T-Shirt.

Più palesemente troveremo, incastrato appena dopo i principali titoli di coda, un colloquio misterioso e tetro che null’altro è se non un preludio indefinito ad un appuntamento in sala per l'anno 2013: qualora per le date italiane si dovesse trattare ancora del torrido luglio estivo inutile dirvi del mio consiglio “ondeggiante” tra mare e spiaggia o, se proprio non poteste farne a meno, in qualche fresca arena, con alle spalle il proiettore e in mano un “preventivo” e consolante gelato con panna.

lunedì 18 giugno 2012

MEN IN BLACK III di Barry Sonnenfeld


Sulla terra c’è sempre un grande andirivieni di alieni e gli “Uomini in Nero” avrebbero già  sufficiente daffare se solo si dovessero occupare  dei loschi traffici della ristorazione (cinese o intergalattica) e di “sparaflashare” con il loro “neuralizzatore” gli increduli e curiosi terrestri.
Non bastasse questo, dal carcere di massima sicurezza lunare nel quale era stato rinchiuso,  evade e torna sulla terra “Boris l’animale” ovvero l’ultimo “Boglodita”, una razza il cui nome suggerisce un suono onomatopeico  certo molto distante dalle buone creanze.
E’ in pericolo l’agente “K” (Tommy Lee Jones), che fece imprigionare 40 anni prima il pericoloso criminale extraterrestre:  per salvare la vita a lui ed a tutto il pianeta terra sarà però “J” (Will Smith) a doversi letteralmente “tuffare”  nel passato,  arrivandoci giusto un giorno prima del lancio sulla luna dell’ “Apollo 11”.
“Men in black”: terzo episodio della saga, sempre   Barry Sonnenfeld  al “timone” della macchina da presa, in produzione esecutiva Steven Spielberg;  mostri ed effetti speciali  affidati alla fantasia del “pluripremio Oscar” (ben cinque) Rick Backer ed effetti visivi di Ken Ralston della Sony Picture Imagework.
Consuete facezie e divertimenti; a complemento dei soliti ingredienti “sicuri” stavolta aggiungete latte al cioccolato contro le fratture temporali,  piccoli “deja-vu” dell’America prima di Obama che ancora discriminava pesantemente le persone di colore, poi  l’azzeccato e timido “alieno Griffin” con le sue “visioni multiple” (Michael Stuhlbarg, il “Serious man” dei Fratelli Cohen) ed uno sconsolato Andy Warhol che non sembra nemmeno lui (infatti…),  annoiato dai suoi festini e disperatamente intento a dipingere scatole di minestra.
Gran finale a Cape Canaveral, giusto il 16 luglio del 1969, giorno che vedrà l’uomo spingersi nello spazio fino ad atterrare poi sulla  luna: nel  mentre i due agenti speciali faranno in modo che  il  passato si ricomponga nel presente ed il futuro possa schivare  un “assalto catastrofico imminente”.
Prodotto d’intrattenimento classico Hollywodiano,  “Men in Black III” rimane fedele a se stesso, su un livello di qualità sicuramente più vicino al primo film che non al suo sequel; questo terzo episodio in qualche modo è anche “prequel” e regala agli appassionati della serie rivelazioni importanti sull’origine della strana coppia “K&J”.
Josh Brolin è “K” da giovane ed esegue “l’incarico” diligentemente e senza sbavature, lasciando alla consueta esuberanza di Will Smith il compito di sparare i fuochi d’artificio, soprattutto quelli  verbali!
Un senso di confusione potrebbe cogliervi nei vari passaggi a cavallo del tempo ma tutto è  decisamente più  semplice da comprendere di quanto non fosse stato ad esempio nel troppo arzigogolato secondo capitolo di “Ritorno al Futuro”, altra famosissima trilogia cinematografica ad opera di Robert Zemeckis.
Il bello di certe pellicole, quando rispettano il loro standard minimo di sorpresa e divertimento, è quello di aver la capacità di regalarti la sensazione di esser come a casa tua e di porti totalmente a tuo agio.
Il rovescio della medaglia è che del tuo appartamento conosci a  menadito persino gli angoli più reconditi  ed in fondo e più che normale aver  voglia di uscirne fuori per respirare una sana boccata d’aria, specie ora che  arriva il caldo e l’estate è alle porte.

domenica 17 giugno 2012

IL MUNDIAL DIMENTICATO di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni

 

Nel 1942, il visionario, filantropico e fantomatico Conte Otz decise di contrastare l'imbecillità degli uomini impegnati nella “guerra mondiale” organizzando nella Patagonia Argentina il mondiale di calcio che una “F.I.F.A.”,  prona ai regimisporticidi”, aveva deciso di non far disputare.

Assegnò, allo scopo di consegnare la manifestazione alla storia,  il compito di effettuare le riprese ad un cineoperatore di provinciaa dire il vero un fotografo di matrimoni – tale Guillermo Sandrini, appassionatamente proteso sulle orme di Leni Riefensthal e pronto a sperimentare spericolate ed innovative tecniche cinematografiche come quella di volare assieme alla sua camera appeso a dei palloncini  oppure affacciarsi con il suo obiettivo come venendo fuori da una botola sul prato verde, ben deciso a proporsi al mondo come l’inventore del “cine-casco” o della “cine-pelota”.

Di li a poco la  Coppa Rimet sarebbe giunta in Sud-America ad animare la contesa.

Roba da non crederci e difatti non è necessario che lo facciate: basta soltanto che accondiscendiate  con un pizzico di riverenza a tanta amorevole fantasia e vi gettiate  tra le braccia di questo Il mundial dimenticato”, documentario leggendario che partendo dal racconto di Osvaldo Soriano “El hijo de Butch Cassidy”, contenuto nel libro  “Cuentos de los años felices”, tradotto in Italia nella raccolta  “Pensare con i piedi” – Einaudi 1995, prova a mutare in forma di cinema una stuzzicantechimera calcisticache gli appassionati di questo sport non potranno fare a meno di apprezzare.

Solo lasciandosi condurre per mano dai due registi e sceneggiatori Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni  tra queste squadre surreali formate da militari, pescatori, esiliati, rivoluzionari in fuga equalche professionista” si potrà godere appieno dei duelli tra la mitica “tigre degli indios”, il portiere locale dallo sguardo magnetico e dalla porta inviolabile in grado di paralizzare “ipnoticamente” i  suoi avversari ed appunto alcuni di questi come il centravanti con gli occhiali “Klaus Kramer”, amante di Helena Otz, nipote del Conte e contesagli da Sandrini,  inviato oltre le Ande dal Reich per riportare nel vecchio continente in fiamme nuova gloria.

El fùtbol encantador” degli Indios Tehuelches ed acrobati, stile irregolare e magia: sarà esistito davvero lo squadrone di casa, quei dinamici Mapuche che le malelingue dicevano gettassero peperoncino negli occhi dell'avversario?

Certamente si: parola di Gary Lineker, Jorge Valdano e Roberto Baggio, e così pure l'arbitro che al posto del cartellino rosso usava la pistola: d'altro canto cosa aspettarsi dal figlio di Butch Cassidy!

“Il mundial dimenticatomischia il sapore letterario ad una divertita finzione cinematografica non priva di piccoli colpi di genio ed inventiva dal sapore fresco e genuino e,  sfiorando appena missionari Polacchi dal giocoimprudentemente evangelicoe Francesi alle prese con una diarrea virale, costruisce un racconto per romantici puri e calciofili da biblioteca, aggiungendo persino un pizzico di rivendicazione sociale – la vittoria contro gli invasori “latifondisti inglesi” ben prima della famosa “Mano di Dio” di Maradona -  forse benedetta  da una “qualche entità soprannaturale che al momento opportuno si preoccupò di scatenare la tempesta sul campo da gioco.

Gli albori del  “fair play” e della prova video: addirittura sospesa la  partita  in attesa di sviluppare la pellicola per poter verificare la validità di un goal fantasma; segnali premonitori del mondiale Inglese del 1966 ma anche della mitica azione di Rivera e compagni in Messico '70 in un’altra semifinale Italia-Germania che, se avessimo potuto vederla davvero, non ci avrebbe fatto trepidare di meno.

Per condire meglio il tutto anche  un Pisano di 88 anni (Bruno Bardi) nella parte del “giocatore emigrante” Bruno Battilocchi, pronto a riesumare tattiche e ricordi “mai esistiti” e, per finire,  una “presa”  di Voltaire ad insaporire la ricetta.

Nessun computer o effetto speciale avrebbe mai potuto ricreare meglio questo (finto) documentario: artigianale, ricco di creatività e passione, capace di render plausibile persino quel che sappiamo perfettamente non poter esser vero ma che per affetto o per diletto accettiamo con felicità fanciullesca e gioia incondizionata.

Lo scrittore Osvaldo Bayer, uno dei tanti tra quelli che si sono prestati a ricostruire dubbi, ricordi e presunte verità, all'inizio del filmcertificacon esattezza quanto possano esser labili i confini della realtà dichiarando netto: “C'è sempre qualcosa di vero nella fantasia”.

Impossibile dargli torto ed a questo punto diventerebbe  lecito anche domandarsi  cosa diavolo avranno  veramente trafugato quei ladri nel 1983 quando in Brasile misero le mani sul trofeo sportivo più prestigioso del mondo per fonderlo e farne lingotti d'oro: sarà stata davvero la mitica  “Coppa Rimet” oppure quella originale è ancora “conservata”, chissà dove,   nascosta dalla “natura indomita” della Patagonia?  

martedì 29 maggio 2012

SILENT SOULS di Aleksei Fedorchenko



La zona centro occidentale della Russia vicino al Lago Nero era un tempo abitata dai Merya, una popolazione Ugro-Finnica che fu assorbita attorno al XVII Secolo dagli Slavi.

Ma un'etnia non muore finchè ricorda la propria lingua e le proprie tradizioni.

Aist acconsente di buon grado ad accompagnare il suo datore di lavoro Miron per aiutarlo a trasportare il corpo di sua moglie Tanya, appena defunta, fino a dove la terra incontra il mare: è là che cremeranno il suo corpo e ricongiungeranno le sue ceneri e la sua anima ai flutti, che le restituiranno una “nuova dimensione”.

Silent souls” di Aleksei Fedorchenko, in originale “Ovsyanki”, dal nome dei piccoli uccelli – in italiano “Zigoli” - che accompagneranno nel lungo viaggio i due protagonisti e ne segneranno il destino, è un'immersione garbata in un mondo distante del nostro tempo presente.

Tradizioni e tenerezze sopravvivono alla loro sconfitta rispetto alla storia ed alla modernità: i Merya, ultimi testimoni di un mondo, uomini dalle facce inespressive e dalla memoria lunga, che non si lasciano travolgere dalla passione e nemmeno sedurre dagli enormi ed imponenti scaffali pieni di merci del “nuovo mondo”.

Provengono da culture lontane e se non sapranno combattere o resistere chi vuole cancellarne l'esistenza sanno già di poter assaporare il futuro rifugio della morte o meglio dell'incontro con “l'acqua”, che a tempo debito farà la sua scelta e fornirà il suo giudizio superiore.

Durante il viaggio tramutano il dolore in “fumo” - così usano chiamare le esternazioni fatte agli amici sulla vita coniugale e sessuale riguardante il consorte defunto – ed in qualche modo perpetuano l'esistenza di chi non c'è più, trasmettendo ricordi che possano farlo sopravvivere anche attraverso gli altri.

Fedorchenko ci porta in viaggio seguendo con il suo obiettivo le lunghe strade che si snodano tra boschi e mare e regalandoci istantanee arcaiche e seducenti, che sanno irradiare tanto la nitidezza come l'opacità, grazie ad una fotografia sincera e bellissima (Premio Osella a Venezia nel 2010).

Aleggiano tristezza e nostalgia - la stessa “Nostalghia” che il cinema ha già incontrato grazie ad Andrej Tarkovskij - però non la disperazione che sembra esser ricacciata indietro da fortissime ed invidiabili consapevolezze identitarie, dai ricordi poetici e struggenti che uniscono e cementano e se un giorno sarà inevitabile soccombere, allora ci si tufferà nelle cristalline liquidità dell'universo che apre le sue porte in terra giusto sulla superficie delle acque chiare.

E' un viaggio intimista ma vitale, di un cinema che vuole testimoniare di esser presente e con la sua specifica ed irrinunciabile lentezza porgere a fruitori lontani e diversi l'insieme delle sue delicatezze e dei suoi costumi.

Risuonano lontani echi e riflessioni sull'immortalità; più vicini ed intensi quelli sullo struggimento del distacco e riguardo l'ipotesi benevola ma incerta del ricongiungimento.

In “Silent souls” anche la figura della donna, prostitute comprese, nonostante in un primo momento sembri venir considerata solo nella sua subalternità rispetto al maschio, viene omaggiata, descritta come “un fiume che può portare via il dolore: peccato che non ci si possa annegare dentro”.

Affogare suicida per un Merya è impossibile, inimmaginabile, come voler correre al paradiso prima degli altri: è sempre il fiume, semmai, che deve decidere quando e come.

Il film di Fedorchenko è romantico e poetico, di una ricercatezza semplice, denso di immagini e parole in grado di imprimersi nella nostra memoria e che torneranno a trovarci a posteriori, regalandoci un retrogusto capace di esaltare il palato con sapori tenui ed inconsueti e che non desiderano prevaricare con i loro aromi.

Un “viaggio primario”, da intraprendere anche solo per visitare le terre della nostra curiosità: così distante dai nostri confini e dalle nostre abitudini eppure così vicino a tutti i dubbi ed il sentire della nostra anima.

domenica 27 maggio 2012

COSMOPOLIS di David Cronenberg



La città è un incendio permanente ma in realtà è il mondo che sta andando a fuoco e ad ogni secondo che passa brucia soldi ed arde fino alla distruzione l'essenza stessa dell'essere umano: è New York ma potrebbe essere ovunque.

Limousine bianche e lunghe, simboli dell'opulenza, si muovono come claustrofobiche case semoventi ingombrando le strade accanto alle auto dei taxisti che provengono da svariati universi di orrore e disperazione.

Insonorizzate ed asettiche, lontane da ogni rumore e da qualunque realtà, trasportano lentamente da un capo all'altro della città giovani rampanti della finanza allevati dai lupi: ma questi rampolli sono belve alle quali si stanno alterando persino gli istinti del sesso e della fame.

E' un mondo dove si emerge con una parola e si precipita dopo aver pronunciato una sillaba!

Calcolo e controllo, numeri e statistica, informazione e matematica: il cuore si affaccia ancora timidamente ma solo sul monitor di un check-up.

L'acquario è fuori o dentro il vetro? Difficile stabilirlo.

Uomini che possono comperare una cappella con i dipinti di Rothko e trasferirla dentro i loro appartamenti (“E gli altri? Che se la comprino!”) o far costruire poligoni di tiro accanto agli ascensori che salgono al ritmo di Erik Satie e del rap-sufi cercano inconsapevolmente antidoti alla disillusione, controveleni ad una vita/non vita, ricca di lusso, denaro e potere ma dall'abbondanza che non scintilla ed odora anzi di putrescenza.

Però attenzione, perchè chi non è indifferente è vulnerabile e quindi puo' esser vittima del dolore!

Da un libro del 2003 - percettivo e profetico - ad opera del grandissimo scrittore Americano Don De Lillo (vincitore in Italia del “premio Bacchelli” nel 2000 con “Underworld”), il maestro canadese David Cronenberg dipinge una tela cinematografica “totale” ed epocale, emanante una luce scura che tutto investe ed ogni cosa attanaglia.

Nell'arco di una sola lunga giornata Robert Pattinson/Erick Packer segue le orme che furono di “Ulisse” e di Joyce ma stavolta è lo Yuan (nel romanzo era lo “Yen”) ad imprimere la svolta al destino: nella landa delle passioni perdute e dell'assenza di rimorso la smisurata ambizione spezza le vite ed amplifica il senso di smarrimento.

Cosmopolis” anziché premonitore come il romanzo dal quale è tratto risulta oggi contemporaneo, inquieta e disorienta, investe lo spettatore mostrandogli la pacata e montante follia che lo circonda, provocandogli un insostenibile e glaciale straniamento. Non vuole fornire soluzioni, non può provvederci di risposte, lo scenario d'altro canto è sterminato e immenso, omnicomprensivo.

E' una analisi immaginifica a tutto campo dove il tetro del nostro presente incombe come un cielo nero gonfio di tempesta che precipita rovelli e concetti, un diluvio di parole e filosofia, rivoli di verbo forse in quantità superiore a quanta il cinema ne possa o ne debba contenere ma che la pennellata sicura dell'artista che riesce ad immaginare ed a “tenere assieme” il quadro, in qualche modo fa convivere ed armonizza, giusto al confine della sopportazione.

Anche stavolta il regista Canadese lascia che “i corpi e la carne” cedano il primo piano e questo è per lui decisamente inusuale ma, a differenza del precedente “A dangerous method”, i protagonisti di questo nuovo lavoro nella loro freddezza sono tutt'altro che sicuri o alla ricerca di certezze ed avvertiamo forte il loro disagio, il turbamento e l'astrazione, la lontananza da ciò che li circonda e da loro stessi.

Ci trasmettono ansie assassine, scosse elettriche e vertigini mortifere che le sole parole non potrebbero darci e difatti in qualche misura queste rimangono sorprendentemente sottomesse all'atmosfera ed all'immagine, nonostante i dialoghi siano traboccanti: in altre parole il film è forte di una sua “autonomia visionaria” sufficientemente indipendente dalla parola, ovvero ha compiuto per intero il passaggio dal testo scritto alla forma cinema.

Tutti verremo assorbiti da flussi di informazione”: è evidente che Cronenberg sta semplicemente indagando, come suo solito, l'ennesima mutazione umana, forse l'ultima!

Il mondo fuori impazza nelle imponenti e continue proteste globali che l'attimo dopo sono già dimenticate; tutto attorno respira, ansima, ribolle, si sgretola e poi crolla: i fuochi del presente che brucia sono bagliori di futuro.

In “Cosmopolis” c'è abbastanza dolore ed inquietudine da far deflagrare il pianeta in un istante ma proposto in una forma che tende a farci forzatamente osservare l'apatica normalizzazione delle cose e dei fatti, quella che ci impedisce di considerarli nella loro essenza e di reagirvi contro.

L'uomo affascinato dalle armonie parallele tra la natura ed i dati ha messo in un cantuccio l'importanza dell'asimmetria ed ora, sotto il tranquillizzante aspetto dei lati uguali ecco che riemergono i tic, il capriccio, l'imperfezione, l'inalienabile pericolo dell'anomalia.

La rasoiata finale ci aspetta nell'incontro tra Robert Pattinson e Paul Giamatti – un duello verbale e cerebrale - dove si assiste alla caduta di Icaro, giungono al termine del percorso illusioni ed ossessioni e l'ambizioso affresco globale mette sul tavolo alcuni dei fragili inneschi ed elementi che governano la rivolta ed il potere, la debolezza e la forza, la beffa, il dolore e l' apparenza.

Cosmopolis” è una meravigliosa e lugubre decodificazione del nostro tempo, del finale di secolo appena trascorso e di quello che è appena cominciato, un apologo sul capitalismo che si sta inabissando sulla strada del non ritorno ma continua a dibattersi generando mostri e destabilizzazione.

Il lavoro di Cronenberg è una vertigine difficile da introiettare e può fortemente respingere coloro che non sanno interpretare il presente che prelude al futuro e tutti quelli che non desiderano riconoscersi o riconoscere la realtà: è sempre uno sgradito ospite quello che viene a raccontarci chi siamo ed i fatti nostri entrando senza nemmeno bussare alla porta di casa.

mercoledì 23 maggio 2012

POLVERE di Niccolò Bruna e Andrea Prandstraller


Amianto e mesotelioma, in pratica sinonimo di  “Eternit”: parole simbolo di una tra le molte ferite dell’Italia industriale ma anche priva di senso della responsabilità che va dal Nord alla diossina dell’ICMESA di Seveso all’abbraccio mortale dell’ILVA nel Sud di Taranto.

Sono vocaboli  ingombranti con i quali noi Italiani abbiamo dovuto gioco forza sviluppare una  non desiderata confidenza e dimestichezza da almeno mezzo secolo, corredo ineludibile  di vicende cha hanno visto in prima linea alcuni comuni del nostro paese, primo fra tutti Casale Monferrato.

Ne troviamo traccia già nelle testimonianze del repertorio in bianco e nero dell’Istituto Luce degli anni ’50 e ’60, come se si trattasse delle guerre o del grande boom; inizialmente  un  racconto che comincia  festoso nel solco del progresso economico e del benessere ma che procedendo rivela un volto aggressivo e maledetto: l’amianto provoca il cancro che in questo caso significa anche “malattia o morte sul lavoro” e, di colpo, siamo costretti a prendere atto delle malefiche relazioni tra industria ed asbestosi.

Dopo che irrompono sulla scena accadimenti dolorosi come questo ci aspetteremmo espulsi per sempre dalla scena mondiale alcuni giri di affari ed invece arriva questa pellicola ad inquietare le nostre fragili tranquillità sulla materia mostrandoci, con una panoramica a tutto tondo, situazioni ed   informazioni alle quali ben prima avremmo forse dovuto approcciarci.

Qualora non ne fossimo stati capaci, ecco che  ora si rivelano e scopriamo  (sorpresi?)  che quella dell'amianto, a tutt’oggi,  è addirittura una industria florida ed in diversi angoli del mondo! 

“Polvere”, il film-documento di Niccolò Bruna ed Andrea Prandstraller,  è un “compendio di indagine” prezioso ed importante che prende le mosse dalle aule del tribunale di Torino, dove si è celebrato il più grande processo del mondo in materia di rapporti tra fabbrica ed amianto e dove è stato raggiunto, nel febbraio scorso, il primo grado di giudizio.

Dopo due anni di dibattito e con alle spalle una mole di lavoro davvero ragguardevole da parte del P.M. Raffaele Guariniello, si è approdati ad una sentenza di condanna che infligge 16 anni ciascuno ai  patron di “Eternit”, il magnate svizzero Ernest Schmidheiny ed il barone Belga Jean Louis deCartier de Marchienne, mettendo nel contempo assieme un sommario di  numeri davvero eclatanti:  645 udienze, oltre 2100 morti ed 800 persone malate, 80 milioni di euro di indennizzi per oltre 5000 parti civili.

La pellicola però dopo un po’ si allontana  dal suolo nazionale e con vivacità indagatrice inizia a risvegliare il nostro stupore, raccontandoci  di come ad oggi  “solo” 53 paesi nel mondo abbiano messo al bando l'amianto, questo nonostante sia ancora in grado di mietere 100.000 vittime ogni anno come fosse una “silenziosa Hiroshima”.

Seguendo le orme delle fabbriche di Eternit  dismesse nei paesi che le hanno dichiarate fuorilegge scopriamo  rinascite sorprendenti: dopo la messa al bando degli anni novanta, alcuni impianti chiusi hanno traslocato altrove e ad esempio dall’ Italia sono rinati a nuova vita in altri luoghi: è il caso di Haiderabad, in India.

Due tonnellate di milioni l'anno: questa la stima relativa al volume della produzione di “cemento misto ad amianto” che si produce soprattutto in paesi quali l'Ucraina, la Russia, L'India, l'Egitto, la Thailandia, la Cina ed il Brasile.

E proprio in Brasile si sofferma parte della pellicola di Bruna e Prandstraller, il terzo o quarto produttore e tra i più grandi consumatori, nonostante quattro dei suoi Stati abbiano paradossalmente anch’essi bandito l’uso l'amianto, ma non la vendita.

Invece  nello Stato del Gola (e siamo sempre in Brasile), dove la miniera gestita dall'impresa “Sama” è attiva dal 1966, ci si trincera  dietro leggi  compiacenti e facendosi scudo delle ridicole affermazioni dei quadri dirigenti che parlano di “uso controllato del materiale”.

Nel mentre lobby potenti “sedano” ministeri ed amministrazioni locali oltre ad aver risarcito a tutt'oggi oltre 3000 lavoratori,  facendo ben attenzione che questi però dichiarino, con fortissimi dubbi sulla veridicità dei fatti,  di aver subito il danno quando ancora non erano noti i rischi.

Anche in India le cose non vanno meglio e chi rilascia l'intervista è stavolta un medico che ha poi intrapreso anche una carriera politica ed ora parla di “utilizzo responsabile del prodotto”, discorrendo di  una sicurezza di fatto inesistente  ma al tempo stesso affermando una realtà in parte aberrante ma  pure comprensibile quando afferma che: “finchè la gente guadagnerà 2/3 dollari al giorno, il business dell'amianto esisterà in questi luoghi”.

Oggi altri investitori (Cinesi) stanno già stimolando gli appetiti Canadesi che difatti preparano i finanziamenti per la riapertura di una grande miniera nazionale.

“Polvere” torna infine inevitabilmente a darci conto delle famiglie dei nostri connazionali, quelli che hanno visto tanti colleghi perdere la vita solamente per lavorare e che hanno vissuto in prima persona i tempi in cui venivano negate e ridicolizzate le loro istanze verso i vertici dell'industria.

Solo con l’avvento dello  “Statuto dei lavoratori” negli anni '70 si sarebbero cominciate a  mettere in discussione le condizioni di lavoro ma non  ancora la dannosità della tipologia di certo materiale, protraendo così per altri anni ancora il contagio mortale, finanche ad estenderne il rischio ai familiari.

Toccante il racconto di chi preoccupato ricorda quando tornava  a casa dopo una giornata di lavoro ed abbracciava sua figlia che poi, per gioco, si divertiva a spolverare dai suoi capelli i resti di alcuni granelli rimasti sparsi come forfora: dalla capigliatura del babbo le cadeva addosso solo  “polvere”.

Nessuno potrà dare scongiurato per anni il pericolo di nuovi casi di malattia perché il mesotelioma, che aggredisce grazie alle fibre aerodisperse dall’amianto, è capace di attendere anche  decenni prima di mostrare il suo tratto cattivo ed implacabile.

Chiude l'immagine di una fiaccolata la cui lunghezza rende una minima idea di quanta angoscia e tristezza rechi con se: una fila di persone copre le strade di silenzio, dignità, rabbia e sete di giustizia,  pone rose bianche in fila per ricordare, non dimenticare e senza voce urlare la propria afflizione per una strage “dilazionata nel tempo” che rischia di passare presto nel dimenticatoio e che nello stesso momento in cui ne stiamo piangendo le vittime sta già continuando, “carsica e spietata”, a diffondere il suo contagio di morte altrove.